Nel panorama politico veneto, la candidatura di Michele Bertucco porta in Regione un profilo atipico: un amministratore che arriva dalle battaglie ambientaliste, ex presidente di Legambiente Verona, oggi consigliere comunale e Assessore della Giunta Tommasi che guida Verona. La sua campagna punta su quattro assi che negli ultimi anni hanno segnato il dibattito pubblico ma raramente l’agenda istituzionale: mobilità sostenibile, qualità dell’aria, consumo di suolo e legalità. Temi che a Verona conosce bene, dopo decenni di opposizione alle grandi operazioni urbanistiche e un ruolo attivo nella transizione amministrativa della città.

Con la corsa alle regionali, Bertucco prova a portare questa visione oltre i confini comunali, in un Veneto che continua a essere stretto tra smog, espansioni edilizie e un modello di sviluppo che mostra sempre più crepe.

Bertucco, nel Veneto la dipendenza dall’auto resta altissima. Che idea di mobilità porta in Regione e quali interventi ritiene davvero praticabili nei primi due anni di mandato?

«Il primo intervento è la modifica del Piano regionale dei trasporti, fermo di fatto dalla fine degli anni Novanta. Non ha tenuto conto dei cambiamenti avvenuti e soprattutto non è intervenuto sul trasporto pubblico. In Veneto esiste il Sistema ferroviario metropolitano regionale, che negli anni Novanta prevedeva un’estensione del servizio su rotaia in tutte le province. In realtà è stato completato solo nell’area Padova–Treviso–Venezia, mentre Verona e Vicenza sono rimaste fuori. Va recuperato quel progetto. Poi serve il biglietto unico integrato: la possibilità di prendere treni, autobus, bike sharing o monopattini con un solo titolo di viaggio, come avviene in altre regioni. C’è poi un nodo enorme: nel bilancio della Regione, il 92% della spesa per la mobilità va a strade e autostrade, solo l’8% al trasporto pubblico. Se non invertiamo questa proporzione non cambierà nulla. A differenza di Emilia-Romagna e Lombardia, il Veneto non mette un euro aggiuntivo rispetto ai trasferimenti statali. Bisogna puntare su un trasporto pubblico competitivo, veloce e davvero accessibile.»

La Pianura Padana continua a registrare livelli di smog fuori norma per molti mesi all’anno. Dove hanno fallito le politiche regionali e quali strumenti possono incidere davvero sulla qualità dell’aria?

«Anche su questo fronte abbiamo piani e accordi tra Regioni che sono rimasti sulla carta. Quel che è mancato sono i finanziamenti e il coraggio politico di potenziare il trasporto pubblico per ridurre quello privato. I dati degli ultimi giorni mostrano che l’industria, pur con difficoltà, sta abbassando le emissioni, mentre il traffico e una parte del comparto agricolo restano critici. È mancata una programmazione vera, la volontà di rendere competitivo il trasporto pubblico e di spostare persone e merci verso forme più sostenibili. Così non si affronta né il tema dell’inquinamento né quello del cambiamento climatico. Senza ridurre le emissioni, continuiamo ad alimentare l’aumento delle temperature che già vediamo.»

Il Veneto rimane una delle regioni più cementificate d’Italia. Quali regole bisognerebbe introdurre per bloccare le espansioni più speculative, oppure basterebbe applicare quelle esistenti?

«Nel 2017 la Regione ha approvato una legge contro il consumo di suolo. Ma tutti gli anni successivi il consumo di suolo è cresciuto. Questo significa che la legge non funziona: è piena di deroghe che permettono di costruire quasi ovunque, giustificando gli interventi come “interesse pubblico” con una semplice delibera comunale. A questo si aggiungono le deroghe dello Sblocca Italia. Costruiamo tanto ma non risolviamo il problema della casa, aumentiamo il rischio idrogeologico e non investiamo nella rigenerazione. Le leggi regionali del 2011 sull’urbanistica e quella del 2017 sul suolo vanno riscritte con un principio chiaro: tutelare il territorio. Solo così rispondiamo a un’emergenza che è ormai evidente.»

Fra aree dismesse, capannoni vuoti e nuova logistica, il Veneto sembra inseguire ciclicamente modelli edilizi che si esauriscono. Perché continuiamo a costruire invece di rigenerare ciò che già esiste?

«La cementificazione veneta è andata avanti a ondate: prima i centri direzionali, poi i centri commerciali, poi i supermercati e ora la logistica. Ma molte piattaforme vengono costruite in aree prive di collegamenti ferroviari o autostradali, quando sarebbe logico realizzarle solo dove queste infrastrutture esistono. Intanto abbiamo oltre diecimila capannoni vuoti. Dovremmo partire da lì, riutilizzando il patrimonio esistente, integrandolo con fotovoltaico e nuove funzioni. Invece prevale una logica dettata dai fondi di investimento, che puntano prima di tutto alla remunerazione dei capitali, non all’interesse dei territori.»

In campagna elettorale parla spesso di legalità. Che garanzie concrete possono essere date ai cittadini e agli enti locali a livello regionale?

«Mi ha colpito che molti candidati del centrodestra siano d’accordo sui temi fondamentali, ma pochi ricordano chi ha amministrato il Veneto negli ultimi trent’anni. Su discariche in deroga e gestione dei rifiuti tutti oggi si dicono contrari, ma il problema nasce da scelte precise. Sulla legalità sono tra i pochi ad averla portata davvero in campagna elettorale. La Direzione investigativa antimafia segnala la provincia di Verona come uno dei centri più rilevanti per la presenza dell’‘ndrangheta nel Nord Italia.

Non è una novità: ci sono processi conclusi e inchieste che lo confermano. A volte non c’è percezione del problema, altre volte c’è convenienza: oltre al riciclaggio di denaro c’è anche un tema di voti che possono orientare elezioni amministrative. Esiste una legge regionale del 2013, voluta dal Consiglio, che ha istituito osservatori e percorsi formativi. Alcune parti sono state applicate, altre molto meno. Va aggiornata e rafforzata, anche perché Verona – con tutti i 98 sindaci della provincia – ha chiesto una sezione della DIA sul territorio. La Regione deve far propria questa richiesta.»

Dalla guida di Legambiente al lavoro in opposizione e ora al ruolo di assessore della giunta Tommasi: che cosa porta di questa esperienza nella sfida regionale?

«Porto una competenza riconosciuta anche dagli avversari politici. Conosco bene i meccanismi del bilancio e delle politiche che seguo da anni: urbanistica, mobilità, qualità dell’aria, rifiuti e sanità. Sono temi regionali a tutti gli effetti. Se fossi eletto potrei essere operativo da subito. E porto soprattutto il metodo: lavorare sempre accanto ai cittadini e mantenere un dialogo continuo, che ho coltivato in tutti questi anni.

Ho un rapporto stretto con comitati e realtà civiche, nato molto prima dell’ingresso in politica e mantenuto in modo costante. Credo che pochi candidati possano vantare un’esperienza simile. E poi c’è un aspetto che non tutti mettono in gioco: in questi anni ho denunciato la presenza della criminalità organizzata a Verona, ho fermato operazioni urbanistiche pesantissime, ho presentato l’esposto che ha portato alla condanna dell’ex vice-sindaco, ho scoperto falsificazioni e irregolarità mettendoci sempre la faccia. Non è così scontato, in politica, che qualcuno ci metta davvero la faccia.»

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