La democrazia ferita dal rumore
Un'analisi amara sul degrado del confronto politico e mediatico in Italia: tra talk show urlati, giovani vecchi e un bipolarismo che ha smarrito il senso del dialogo.

Un'analisi amara sul degrado del confronto politico e mediatico in Italia: tra talk show urlati, giovani vecchi e un bipolarismo che ha smarrito il senso del dialogo.

Questo intervento nasce da una serie disparata e per certi aspetti farraginosa di sensazioni. Un assalto, giuntomi da più parti, di percezioni, esperienze, constatazioni, osservazioni, voci che hanno suscitato in me, vecchio conservatore che guarda a sinistra, un forte stato di disagio, e hanno creato un assetto interiore tendenzialmente melanconico, non dico depressivo, ma certamente vicino a una disarmata tristezza.
Cerchiamo dunque di andare con ordine. Non sono un assiduo frequentatore dei programmi TV, ma non disdegno di seguire con attenzione antropologica quanto attualmente ci viene sempre più di frequente proposto dai principali canali nazionali (spesso imitati con varia qualità dalle emittenti locali). Quattro sono oggi i filoni cardine (tralasciando la galassia sportiva): il talk-show classico, spesso multi-contenitore in onda solitamente al mattino (con canonica appendice culinaria); il crime talk-show, ossessivamente dedicato, anche in diversi e ben scaglionati format, ai principali eventi criminosi accaduti nelle ultime settimane e al connesso immancabile e sempre problematico strascico di indagini e riti processuali; il varietà di alleggerimento, talora in forme ludiche a premi (non senza orride cadute di stile), talaltra in trite e ritrite modalità di scimmiesca e penosa valutazione scolastica nei confronti di varie tipologie di concorrenti; e infine il dibattito su temi di attualità politica nazionale o internazionale (ma spesso su entrambe, considerati gli intrecci e le intersezioni inevitabili fra i due campi) divenuto ormai qualche cosa di affine ai combattimenti tra galli in uso ancora in certe aree ispano-americane e del sud-est asiatico.
Tutte queste tipologie di intrattenimento si reggono sulla presenza di un conduttore, assurto ormai a livello di notorietà pari a quella di certi campioni dello sport, e di un assortimento di ospiti volutamente confezionato per dare un sapore forte allo spettacolo.
Il degrado della cultura televisiva nazional-popolare è ormai sotto gli occhi di tutti e solo le menti contorte e disturbate di certi osservatori, quale sono io, resistono nella visione senza trasferirsi su ben diversamente curati canali di Pay-TV. Tant’è, ma questo è lo specchio non solo e non tanto del gusto comune, ma della concezione che del pubblico hanno tutti (dico tutti) i gestori del sistema delle comunicazioni televisive (bisogna ammettere però che con la radio le cose sono sensibilmente diverse).
Orbene qualche tempo fa durante una trasmissione del quarto tipo un personaggio politico di medio livello, intervistato dal conduttore se non era il caso di tornare al sistema proporzionale nelle elezioni del Parlamento e di por fine a questa situazione di bipolarismo politico, benché palesemente contro i propri interessi, disse che il bipolarismo era ormai un dato di fatto e che indietro non si tornava. E questa è una delle inquietanti esperienze alle quali ho accennato in apertura. Ma come – mi sono chiesto – di fronte a un continuo e ormai lampante bisogno nel Paese di posizioni equilibrate e di centro, uno, che da un cambiamento netto trarrebbe un sicuro vantaggio, persiste nel difendere una situazione che ormai risulta ingestibile per le sempre più evidenti e serie fratture che si vanno manifestando negli opposti schieramenti?

Pochi giorni dopo, nel corso di una rubrica televisiva dedicata soprattutto alla condizione della donna, vedo fronteggiarsi come belve una giovane esponente di destra e un altrettanto giovane politico di sinistra. Entrambi alla fine sostenevano le stesse cose, ma sia l’uno che l’altra sono riusciti a trasformare il loro intervento, in risposta alle domande della giornalista che li intervistava, in un vero e proprio scontro frontale.
Non hanno colto in quella trasmissione un’opportunità per sottolineare il proprio pensiero, ma un’occasione per attaccare e soprattutto dileggiare, come tipiche di un atteggiamento pregiudiziale e ottusamente ideologico, le scelte, i comportamenti, le prese di posizione del partito dell’interlocutore. Triste spettacolo di una discesa immotivata su litigiosi pianerottoli ben più degni di indiavolate comari di una degradata periferia che di rappresentanti del popolo italiano impegnati in un sereno confronto politico. Ma la tristezza si è trasformata in un acuto dolore alla pozza dello stomaco, quando ho pensato che non si fronteggiassero due vecchi incalliti militanti di opposte fazioni, ma giovani evidentemente allevati e nutriti dall’astuto veleno di schieramento, emblema di una politica ormai chiusa in se stessa e incapace di ascoltare la gente con i suoi problemi.
Veniamo dunque al cuore del nostro inquieto ragionamento. Se i giovani, che dovrebbero dare una svolta radicale allo stile della politica, non solo hanno assunto, ma hanno peggiorato e portato all’estremo un’inutile contrapposizione priva di logica e di dignità culturale – considerata, poi, nel caso specifico, anche la sostanziale identità delle posizioni in merito alla condizione femminile – che ne sarà della politica del nostro paese? Si sta redendo conto la nostra classe politica che nel regno della confusione, dell’urlata e scomposta conflittualità dialettica, nella continua ossessiva ricerca di ciò che divide invece di ciò che, non dico unisce, ma almeno può favorire un dialogo, la gente comune comincia a vagheggiare in forme sempre più vaste e consistenti la necessità di una figura forte capace di mettere fine a questa insensata e odiosa tensione? La stupidità dei politici-da-spettacolo riuscirà a rendere odiosa la democrazia al proprio elettorato?
La nostra fortuna è che sia da una parte che dall’altra ci sono personaggi che sembrano essere stati inviati da occulti strateghi apposta per indebolire le ali estreme, ma non possiamo pensare che lo stile nasca sotto le foglie dei cavoli. Lo stile nasce da un alto concetto della politica, dall’idea che l’avversario non è un nemico, ma può rappresentare punti di vista diversi, non privi di legittimazione storica, culturale, umana, che possono essere presi in considerazione e per lo meno compresi. L’ordine sociale non è né di destra né di sinistra, l’accoglienza dei migranti non è né di destra né di sinistra; il fatto che tutti debbano rispettare le norme della civile convivenza non è né di destra né di sinistra. L’identità nazionale non coincide con il nazionalismo; il senso di appartenenza non ha nulla a che vedere con l’ottusa difesa di una tradizione alla quale spesso non credono per primi i suoi stessi difensori. Non si può lasciare alla sinistra la difesa della scuola, della cultura e della sanità pubblica, non si può lasciare alla destra la riflessione sulla difesa, sulla lettura dei quadri strategici internazionali e sulla necessità di ripensare le politiche europee.
Destra e sinistra dovrebbero distinguersi per le idee, per diverse progettualità legate anche alle situazioni storiche, per scelte che possono privilegiare il privato o il pubblico, ma senza smantellare i servizi che sono a beneficio di tutti. Il fatto è che per fare questo occorrono idee, occorre pensiero, occorre cultura dell’ascolto e dell’osservazione, occorrono mas media che illustrano i problemi con diversi punti di vista, ma non alterano o mistificano la realtà. Soprattutto le idee, oggi, sembrano merce rara e preziosa. Oggi regna la insulsa, stupida, insensata, schematica, ideologia dello schieramento, anche contro la logica dell’analisi scientifica e meditata.
Chissà se mi sono spiegato, ma credo che non abbia torto un grande studioso francese, il quale parla di Sconfitta dell’Occidente e sottolinea come in campo internazionale siamo ormai di fronte a modelli politici ibridi e imprevedibili: da un lato oligarchie liberali e dall’altro democrazie totalitarie. In questa deriva nella quale l’Italia e gli altri paesi storicamente creatori e sostenitori dei valori democratici e di libertà sembrano incapaci di trovare un itinerario di saggezza, sarà in grado l’Occidente di tornare ad essere fonte di pensiero, cardine di libertà e propulsore di democrazia? Saranno in grado di capirlo gli uomini di una sinistra che identifica l’Occidente con il diavolo capitalista e assume posizioni culturali lontane dalla sensibilità dei più? Saranno in grado di capirlo gli uomini di una destra che crede di poter fermare la storia riproponendo un isolazionismo che sa di guerra fredda e modelli comportamentali nei quali non crede più nessuno?
Per il momento la tristezza e una melanconica perplessità mi rendono inquietamente pessimista. Sperare nei giovani politici è molto difficile. Ci sono giovani più vecchi-dentro di tanti anziani. Speriamo in altri giovani, attivi, impegnati nel sociale e generosamente attenti ai bisogni del prossimo. Ma sembra che per questi la politica sia uno spazio di degradata insensatezza. Tuttavia, democrazia, giustizia e libertà non si reggono senza un dialogo tra generazioni e senza l’impegno di persone mature che allevino e guidino quei giovani che nel servizio trovano il senso autentico della propria vita.

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