La spia ha i capelli rossi” di Sarah Mustafa, scrittrice italo-palestinese che vive tra Pavia e il Medio Oriente, è la seconda proposta della rassegna Biblioteca Umana ideata da Fucina Culturale Machiavelli (Via Madonna del Terraglio 10, Verona) in programma domenica 9 novembre alle 18 (www.fucinaculturalemachiavelli.com/biblioteca-umana/). È il suo romanzo d’esordio ambientato tra Italia, Medio Oriente e Sudan che ha ottenuto la menzione speciale al premio L’Iguana – Anna Maria Ortese, edizione 2024, nella sezione narrativa, oltre al Premio Franco Cuomo International Award 2024 per la letteratura.

L’incontro con Mustafa sarà l’occasione per ascoltare la sua esperienza di vita che l’ha portata durante l’infanzia e l’adolescenza a vivere in un campo profughi palestinese ad Amman in Giordania insieme alla famiglia paterna. In quel contesto ha maturato la conoscenza della realtà che descrive nel libro, mettendo in luce esperienze di vita intense e molto spesso sconosciute. Ma l’incontro con la scrittrice sarà anche l’occasione per parlare dei fatti d’oggi: dal genocidio di Gaza all’invasione dei coloni israeliani in Cisgiordania.

Il libro, pubblicato per Homo Scrivens, racconta, senza spoilerare troppo, di Leyla, studentessa italo-palestinese, che sceglie la Giordania come sede del suo stage universitario. Ciò che l’ha spinta a tornare nel luogo della sua infanzia non è tuttavia un sentimento nostalgico, piuttosto un’urgenza: deve conoscere la verità sulla morte di una ragazza avvenuta quasi sessant’anni prima e nella quale sembra coinvolta una donna dai capelli rossi. All’epoca dei fatti, l’unica con quel colore di capelli era Farida, nonna di Leyla.

Nel tentativo di provarne l’innocenza, Leyla ritorna nel campo profughi dov’è cresciuta e, con l’aiuto della cugina Iman, cerca di ricostruire gli eventi a partire dalla Nakba palestinese (l’esodo forzato di circa 700 mila palestinesi avvenuto nel 1948, durante la guerra arabo-israeliana). La sua ricerca si spinge tanto oltre da mettere in pericolo anche Gabi, il ragazzo israeliano con cui, nonostante la diversa appartenenza, ha stretto un legame di sincera amicizia. Il suo rapimento nasconde un ulteriore mistero che per non rovinare la lettura del libro non possiamo svelare.

«Il mio romanzo nasce da una parte molto concreta della mia vita», racconta Sarah Mustafa. «Tra il 1985 e il 1996 ho vissuto un’infanzia divisa tra due mondi opposti: Pavia, la mia città natale, e il campo profughi palestinese Schneller ad Amman in Giordania, dove sono stata portata a vivere a sei anni. Ho sentito l’esigenza di raccontare anche questo: la quotidianità della vita in un campo profughi, fatta di semplicità, resilienza e dignità. Cosa mangia un rifugiato palestinese? Come si veste, dove studia, dove gioca un bambino circondato dalla polvere e dai rifiuti? E come si vivono, da lì, gli effetti degli eventi geopolitici che accadono intorno? Ho voluto trasmettere la generosità di chi ha poco, la solidarietà naturale, la bellezza dei gesti semplici. E poi gli odori, i sapori, la vitalità di una cultura antica che, nonostante tutto, tiene unito il suo popolo».

Un libro che è anche un viaggio lungo una vita intera. «Solo attraverso la scrittura sono riuscita a fare pace con queste due identità. Mi ha aiutato», continua Mustafa, «a mettere a fuoco la ricchezza del mio DNA misto, quella fusione di origini che i miei genitori hanno sempre celebrato e che io, per anni, non riuscivo a comprendere fino in fondo. Nel romanzo, la soluzione di tutto nasce proprio da questo: dal riconoscere che la forza sta nell’unire, non nel dividere. Ho scritto il libro che avrei voluto leggere: un romanzo che fosse al tempo stesso viaggio, scoperta e riflessione. Volevo incuriosire», conclude, «chi si avvicina per la prima volta al tema del conflitto in Medio Oriente, agganciarlo con la trama e lasciarlo, alla fine, con la sensazione di aver capito qualcosa in più di quella complessità».

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