Bugonia: la ricerca della verità e i suoi limiti
L’instancabile coppia Yorgos Lanthimos - Emma Stone ci propone un film sul conflitto di classe e la manipolazione. Riesce nei suoi intenti ma forse non riesce a lasciare l’impronta sperata.

L’instancabile coppia Yorgos Lanthimos - Emma Stone ci propone un film sul conflitto di classe e la manipolazione. Riesce nei suoi intenti ma forse non riesce a lasciare l’impronta sperata.

Trovare qualcuno che la pensa diversamente da noi è all’ordine del giorno e, si sa, i media da sempre giocano sui contrasti tra persone e ci calcano la mano. I litigi, su qualsiasi argomento, li vediamo ovunque, negli schermi e nella vita reale. È l’epoca del “dire tutto” che ci ha permesso di azzannarci sui social e di litigare sull’allunaggio, sui governi, sui politici, sui vaccini, sulla terra piatta, sugli alieni, sull’autismo e chi più ne ha più ne metta.
La teoria del complotto snerva chi non ci crede e porta all’esasperazione chi cerca di comprenderla. Non si può ignorarla perché spesso nasconde un terribile disagio sociale. L’approccio della demonizzazione è sbagliato, irriderla significa fortificarla ed evitarla ci sfavorisce. Sono un fenomeno quotidiano da studiare con rigore e che bisogna sempre analizzare da più angoli.
Yorgos Lanthimos parte da questo scenario, le teorie del complotto nei nostri anni, dopo una pandemia e nel pieno dell’epoca della digitalizzazione. Passato in sordina con “Kind of Kindness” (2024) il regista greco propone, prima in laguna e ora in tutto il mondo, “Bugonia”, remake di “Jigureul jikyeora” (2003) di Jang Joon-hwan. A riadattare la storia è Will Tracy, sceneggiatore di alcuni episodi della serie “Succession” (2019-2023) e “The Menu” (2022). Nel cast invece troviamo due attori inseparabili da Lanthimos, Emma Stone (“Povere creature!”, “La La Land”) e Jesse Plemons (“Killers of the flower moon”, “Civil War”).
Ambientata in una periferia americana “non-luogo” la storia inizia presentandoci due cugini apicoltori Teddy (Jesse Plemons) e Don (Aidan Delbis) intenti a organizzare un rapimento. Nel loro mirino c’è la direttrice della Auxolith, una grande casa farmaceutica, Michelle Fuller (Emma Stone). Seguono e conoscono tutti i suoi movimenti. Teddy è convinto che quella che sta per rapire non sia solo una donna senza scrupoli con una dubbia etica lavorativa, ma che sia anche un alieno del pianeta Andromeda.
Non ha bisogno degli occhiali di “Essi Vivono” (1988), Teddy sa che gli emissari Andromedani sono ovunque e si stanno preparando a invadere il pianeta Terra e convince Don che quello che stanno facendo sia la cosa giusta e che l’unica verità sia la sua. Sono in due nella loro bolla e nessuno gliela scoppierà.

L’opera di Lanthimos è proprio figlia dei suoi anni, parla di conseguenze e di come gli esseri umani reagiscono ad esse. Il primo personaggio folgorante presentatoci è proprio Teddy. Ha stabilito una sorta di equilibrio dentro di sé dopo un evento traumatico e ha forzato suo cugino a rimanere con lui, seguendolo nelle sue follie.
Teddy, sin dalla prima scena, manipola Don come il più insidioso dei guru, dinamica che emerge proprio nel gioco di sguardi. Sguardi che Jesse Plemons enfatizza per rimarcare la personalità sull’orlo del collasso del personaggio, le sue convinzioni appaiono forti e inattaccabili ma il suo stato di leone davanti al manipolato cugino diventa rapidamente quello di un cerbiatto davanti ai fari di una macchina, dopo il rapimento di Michelle.
Crea una comunità senza avere una comunità, si erge a leader senza qualcuno che lo critichi. La tragica e commovente dinamica Teddy-Don è quella di una persona debole davanti a un’altra persona debole, e in questo caso tra i due trionfa il più furbo. Con il personaggio di Jesse Plemons il lavoro congiunto di sceneggiatura e recitazione ci regala un personaggio sfaccettato che ci riempie la testa di domande mettendoci in costante dubbio su chi abbiamo davanti. Questo è il potere di un ottimo copione.
Ma regia e sceneggiatura non si limitano a dipingere come un pazzo il personaggio complottista, ci viene mostrato anche chi c’è dall’altra parte. Una donna inarrestabile, pronta a tutto pur di raggiungere l’obiettivo; glaciale e menefreghista. Una manager che è arrivata in cima e che ora comanda con la bacchetta è metafora di molte figure che vediamo tutti i giorni nella vita reale. Sorrisi passivi-aggressivi e l’uso di dinamiche di potere contraddistinguono il personaggio di Emma Stone, che, inutile dirlo, ruba la scena ogni volta che appare e, anche comicamente, ci regala un personaggio insopportabile e con il quale non sappiamo se empatizzare o meno (anche in questo caso!).
E proprio qui il film si spacca in due, lo spettatore simpatizza ad intreccio durante tutta l’opera. Per primo è Teddy a chiedere comprensione, poi compie qualcosa di tremendo e siamo costretti a empatizzare con Michelle, ma subito dopo un dettaglio sconvolgente sul passato di quest’ultima ci fa tornare sulle posizioni precedenti. Insomma, non si salva nessuno dei due protagonisti e la coppia Lanthimos-Tracy è spietata. Il giocare del film su questo attacco bidirezionale può essere un suo vantaggio ma anche uno svantaggio. A tratti potrebbe sembrare un doppio colpo che alla fine non permette di prendere una posizione all’opera. Dubbio che alla fine del film rimane. Insomma, colpirne due, per non colpirne nemmeno uno.
Ma forse è proprio questo il suo intento, non vuole darci risposte vuole chiederci se siamo pronti a guardare negli occhi chi le pretende. Teddy è un complottista con evidenti problemi relazionali ma merita anche lui delle risposte. Merita di cercarle. Il dubbio etico attorno al quale si sviluppa il film si cela in questo aspetto: fino a che punto è lecito spingersi nelle proprie convinzioni? La ricerca della verità avrà sempre un costo e forse non riusciremo mai a raggiungerla, come ci spiegano bene Yorgos lanthimos e Will Tracy.

Riprendendo il titolo da una delle Georgiche (Quarto libro) di Virgilio, in cui il tema è la generazione e la distruzione della vita, la sceneggiatura gioca proprio con le api e i loro mille significati, come fatto in precedenza dal poeta latino. Ossessionato da queste ultime, Teddy crede che la Auxolith stia danneggiando gli alveari e che lentamente stia portando la razza sull’orlo dell’estinzione. La metafora degli insetti impollinatori pervade il film e la visione di Teddy e di Michelle è molto diversa su questi splendidi esseri.
Usate in più riprese da Lanthimos come escamotage per evidenziare le differenze dei caratteri, le api vengono viste dai due protagonisti come esseri perfetti. Michelle enfatizza la loro etica lavorativa e la loro imperturbabilità, Teddy, invece, vede degli esseri operosi non per una regina ma bensì per una comunità, sempre pronti a un’insurrezione. Entrambe verità, ma entrambe in contrasto.
Scontri e prevaricazioni sono la chiave del film e il grottesco pervade regia e sceneggiatura, strappando a volte una risata proprio nei momenti più “gore”. Non è un caso, infatti, che tra i produttori del film ci sia Ari Aster, regista, tra gli altri, di uno dei film horror più importanti degli ultimi dieci anni, “Midsommar” (2019), pellicola con la quale è riuscito a trasmettere terrore e disagio senza ricorrere ai soliti cliché del genere. L’influenza di questo regista su Lanthimos si sente e la tradizione nata con Spielberg in “Jaws” (1975) del terrore in pieno giorno rimane un tocco originale e perfettamente consono allo stile del film.
Sotto questo aspetto l’incredibile regia di Lanthimos è aiutata dalle musiche enfatiche di Jerskin Fendrix, dissonante e in costante crescendo minaccioso. Mezzo fondamentale per creare disagio e ansia nello spettatore, si può dire che in questo caso la colonna sonora abbia proprio il compito di riempire il silenzio assordante della periferia americana.
“Bugonia” non pretende di dare delle risposte e Lanthimos riesce a sfornare un’opera equilibrata e carica di messaggi sociali, evitando di cadere nei soliti luoghi comuni dei personaggi rappresentanti determinate categorie sociali. Se può non convincere la sceneggiatura e la sua trama, meritano le performance degli attori e i momenti di alta tensione forniti dagli ottimi dialoghi di Will Tracy. Lanthimos si riconferma un regista sempre pronto a offrire qualcosa di nuovo ed originale, alzando sempre di più l’asticella nella sfida del surreale.

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