CRSD: (in)fedeli alla linea
L’UE smonta le norme di rendicontazione sociale e ambientale. L'articolo a firma di Davide Sabbadin uscito su Vez.News, partner di Heraldo.

Qualche volta vi sarà capitato di parlare con amici e discutere del fatto che sia o meno etico comprare questo o quel prodotto online, del fatto che sia più o meno etico comprare vestiti nuovi o usati o di quanto sia ecologico o meno riciclare. In queste discussioni, tipicamente, c’è sempre almeno un amico o un’amica che saltano fuori con una frase tipo “ma perché devo farmi io questi problemi, quando le multinazionali inquinano senza controlli in Africa e in Asia e sfruttano manodopera locale a livelli di semischiavitù? Semmai sono loro che devono essere controllati e puniti!”.
Al di là della buona dose di benaltrismo che questi argomenti hanno (e tralasciando le possibili risposte che potete aver dato in quella occasione) c’è da dire che non è che a Bruxelles non lo sanno e anzi, finalmente un paio di anni fa hanno approvato un paio di norme che… quasi non ci si crede da quanto rivoluzionarie sono. Queste norme si chiamano Direttiva sulla Rendicontazione societaria di sostenibilità (CSRD nell’acronimo inglese) e la Direttiva sulla Responsabilità/sostenibilità aziendale (CSDDD).
La CSRD obbliga tutte le aziende europee di media e grande dimensione a rendicontare il rispetto delle norme ambientali e sociali nei paesi di produzione dei beni, pubblicando un bilancio di sostenibilità attraverso degli standard di reporting che impediscano – per quanto possibile – di mentire. Si applica a 50.000 imprese europee.
La CSDDD, invece, impone alle più grandi, tipicamente le multinazionali che hanno lunghe catene di fornitori, di identificare rischi reali o potenziali danni su diritti umani e ambiente sia nelle loro attività che in quelle delle sussidiarie, e nei (diretti e in certi casi indiretti) partner nella catena del valore.
Devono inoltre prevenire o mitigare (rispetto ai rischi potenziali) e porre fine/limitare gli impatti negativi già presenti. Infine devono adottare un piano di transizione climatica che le allinei agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e della neutralità climatica al 2050, includendo obiettivi intermedi.
In pratica la CSRD dice “raccontami per bene cosa fai” e la CSDDD dice “fai davvero qualcosa per migliorare”. Insomma: tanta roba.
Sono norme che, capite bene, se fossero state in vigore ai tempi del grande incendio del Rana Plaza, la fabbrica tessile in Bangladesh dove morirono centinaia di lavoratrici e lavoratori, avrebbero impedito la tragedia. E che dire dei tanti inquinamenti da sversamenti di petrolio causati delle aziende petrolifere nel delta del Niger o nella foresta equatoriana? Avrebbero i giorni contati.
Non ne sapevate niente? Non mi sorprende. Ad occhio e croce la grandissima maggioranza – quasi la totalità – dei cittadini europei è ignaro delle tante buone norme approvate negli ultimi anni, banalmente perché ai governi nazionali non fa gioco raccontarlo e ai mass media non interessa farlo perché le notizie catastrofiche vendono molto di più. Inoltre, va da sé, queste norme danno molto fastidio ai grandi investitori pubblicitari.
Come sia successo che si approvasse una norma così avanzata è presto detto: si tratta di una delle tante norme approvate sull’onda lunga delle proteste di Greta Thunberg e dei milioni di giovani e giovanissimi che tra il 2018 e il 2019 sono scesi in piazza, e che hanno portato al più grande e positivo stravolgimento normativo nella storia dell’Europa e forse del mondo. Solo che nessuno gliel’ha raccontato, a quei ragazzi, perché sarebbe stato pericoloso raccontare che la lotta paga.
E così, nel silenzio, le grandi e potentissime lobby della chimica, del tessile, del petrolio ed altre hanno fatto pressione in questi anni per cambiare le norme prima che cominciassero a produrre effetti: con la nuova maggioranza al parlamento europeo e con l’assoluta maggioranza dei governi europei in mano alla destra o all’estrema destra, il momento per loro è perfetto. Lo strumento? Un decreto “omnibus”, ovvero un pacchetto che cambia alcuni articoli della norma senza (in teoria) riaprire tutta la discussione.
Ecco che quindi il Parlamento Europeo ha cominciato a discutere questa revisione durante l’estate, e i lavori erano giunti ad uno stallo il 30 settembre con la presentazione di due possibili testi di accordo: il primo, sostenuto da destra ed estrema destra, che restringeva l’applicazione della CSRD alle aziende con più di 1750 dipendenti e la CSDDD a quelle con più di 5000. Inoltre sparisce l’obbligo del bilancio di sostenibilità. Il secondo era invece sostenuto dalla maggioranza che sostiene la Commissione Von Der Leyen e quindi anche dai centristi (Renew) e centrosinistra (S&D).
Il problema è che, mentre erano ancora in trattativa, qualcuno ha fatto circolare una lista di voto in cui si evidenziava che il centrodestra intendeva votare massicciamente con l’estrema destra per il compromesso più radicale, facendo leva sui numeri in parlamento che avrebbero messo centristi e sinistra in minoranza. Della serie “se siete d’accordo, ok. Altrimenti votiamo con gli altri e lo facciamo passare lo stesso”.
E così alla fine, per non far cadere la maggioranza, i socialisti e i centristi hanno ceduto. La relatrice per il provvedimento, la socialista olandese Lara Wolters, si è dimessa dal ruolo e non ha partecipato all’accordo finale, in polemica con il gruppo. I verdi e la sinistra voteranno contro.
Cosa ci insegna tutto ciò? Che il cordone sanitario con l’estrema destra, anche in Germania (che guida il gruppo di centrodestra al parlamento europeo) non esiste più e che fare gli accordi con i fascisti è utile e possibile. La storia, a quanto pare, non insegna più come insegnava una volta.
Tutta la vicenda mi ha riportato alla mente una storica band di punk rock italiano: CCCP – Fedeli Alla Linea. Un po’ per tutti questi acronimi, un po’ perché di fedeli alla linea, qua, ne sono rimasti proprio pochi.
Articolo a firma di Davide Sabbadin uscito su Vez.News, partner di Heraldo.
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