“Murakoze – “grazie” nella lingua locale Kinyarwanda – Ruanda”. Grazie per averci regalato un mondiale di ciclismo dai colori nuovi, quelli dell’Africa dove per la prima volta la rassegna iridata ha fatto tappa, e dalle emozioni forti.

Quella provata sull’accelerazione di Tadej Pogačar sul Mur di Kigali nella prova maschile Elite, ma anche per le cronometro perfette di Marlene Reusser e Remco Evenepoel – con annesso sorpasso su Pogačar – e la cavalcata solitaria del nuovo talento azzurro Lorenzo Finn.

È stato un mondiale tanto affascinante per il pubblico da casa che brutale per i suoi protagonisti con il suo dislivello – non è un caso se il Ruanda è la “terra delle mille colline” – e il suo clima umido.

Il mondiale della giovane Italia

L’Italia torna a casa con tre medaglie, a partire dal bronzo di Federica Venturelli nella prova a cronometro femminile Under 23. La cremonese – che dal prossimo anno sarà professionista con la UAE ADQ – si è confermata come una delle migliori promesse del ciclismo femminile nostrano.

Già plurimedagliata su pista, Venturelli ha disputato un mondiale di grande spessore andando a podio nel secondo giorno di gare – il 22 settembre – e poi unendosi alla staffetta italiana Elite che ha sfiorato il bronzo nella prova Team Relay due giorni dopo.

Salendo di un gradino sul podio troviamo Chantal Pegolo, battuta in volata solo dalla spagnola Ostiz nella prova in linea juniores. Per la friulana – vincitrice in terra veronese lo scorso anno al Trofeo Ball Beverage di Nogara – un argento che la proietta nel modo migliore verso il professionismo: dal 2027 sarà un’atleta della Lidl-Trek.

Brilla di luce sfolgorante invece l’oro di Lorenzo Finn nella prova in linea Under 23. Il classe 2006 ligure, al primo anno nella categoria, torna ad alzare le braccia – o meglio, a scoccare la freccia vincente – nel giorno più importante, bissando il titolo vinto tra gli juniores nel 2024 a Zurigo.

Di fronte al coraggio con il quale attacca gli altri favoriti di giornata, il belga Jarno Widar e lo sloveno Jakob Omrzel su tutti, ai -32 km all’arrivo e all’autorevolezza con cui conduce la gara in coppia con lo svizzero Jan Huber, prima di salutarlo a 7 km dal traguardo, non ci sono molte parole da spendere se non che siamo di fronte ad uno dei talenti migliori che l’Italia ciclistica abbia mai visto negli ultimi 10 anni.

Il giovane Finn con il suo trionfo ha battuto il record di precocità dello sloveno Matej Mohoric, laureandosi campione a 18 anni e 281 giorni, ma non ha fretta. Nel 2026 continuerà a correre tra gli Under 23 nella formazione development della Red Bull-Bora Hansgrohe. Nella squadra Elite nel 2027 lo aspettano un altro talento azzurro come Giulio Pellizzari e un fenomeno come Remco Evenepoel.

I risultati delle gare giovanili. Campione mondiale Junior U – Harry Hudson (Gran Bretagna); Campione mondiale Under 23 U – Lorenzo Finn (Italia); Campionessa mondiale Junior D – Paula Ostiz (Spagna); Campionessa mondiale Under 23 D – Célia Gery (Francia); Campione mondiale a cronometro Junior U – Michiel Mouris (Paesi Bassi); Campione mondiale a cronometro Under 23 U – Jakob Söderqvist (Svezia); Campionessa mondiale a cronometro Junior D – Megan Arens (Paesi Bassi); Campionessa mondiale a cronometro Under 23 D – Zoe Bäckstedt (Gran Bretagna).

La favola della “sorellina” diventata campionessa

In telecronaca Rai la commentatrice Giada Borgato aveva previsto che ci sarebbero state delle sorprese e ci ha pensato la prova in linea femminile a regalarcene una veramente inaspettata.

L’iride per i prossimi 12 mesi sarà sulle spalle infatti della canadese Magdeleine Vallieres. Ventiquattrenne e professionista dal 2020 sempre con la EF Education Oatly, Vallieres ha colto la sua seconda vittoria in carriera – dopo il Trofeo Palma nel 2024 – sul palcoscenico più importante e nella maniera più insperata.

In una gara dove le radioline sono vietate basta un attimo per sfuggire al controllo serrato tra le favorite come Pauline Ferrand-Prévot (Francia), Demi Vollering (Paesi Bassi), la svizzera vincitrice della cronometro Marlene Reusser e la nostra Elisa Longo Borghini. Lo colgono ai -35 km dall’arrivo Vallieres insieme a Niamh Fisher-Black (Nuova Zelanda) e Mavi Garcia (Spagna) insieme ad altre 5 atlete tra cui Barbara Malcotti. Sono però le prime tre atlete citate a giocarsi il titolo iridato sull’ultimo passaggio sulla Côte di Kimihurura dove Vallieres lancia l’attacco decisivo.

Alison Jackson, campionessa canadese e personaggio iconico del ciclismo femminile, ai microfoni di Eurosport subito dopo l’arrivo ha raccontato commossa di come abbia seguito la «sorellina» Vallieres nella sua crescita sportiva. Una “sorellina” diventata sabato una campionessa.

I risultati delle prove Elite. Campionessa mondiale D – Magdaleine Vallieres (Canada); Campione mondiale U – Tadej Pogačar (Slovenia); Campionessa mondiale a cronometro D – Marlene Reusser (Svizzera); Campione mondiale a cronometro U – Remco Evenepoel (Belgio); Campioni mondiali Team Relay – Australia (Vine, Plapp, Matthews, Chapman, Spratt, Wilson-Haffenden).

Mwami Tadej: il bis di Pogacar

La giornata conclusiva del mondiale di Kigali consegna agli appassionati una nuova pagina di storia del ciclismo. A scriverla è ancora lui, lo sloveno Tadej Pogačar, a cui gli dei del ciclismo hanno conferito il ruolo di “Cannibale” di questa generazione.

Come un regnante Mwami – i re Tutsi che hanno governato tra Burundi e Ruanda dal 15° al 20° secolo – Pogacar ha dettato legge fin dai -104 km all’arrivo. Al suo attacco su Mount Kigali hanno risposto solo lo spagnolo Juan Ayuso e il messicano Isaac Del Toro – non a caso suoi compagni di club – mentre l’altro atteso protagonista, il belga Remco Evenepoel, naufragava a causa di una sella ballerina e un cambio bici gestito malissimo nei tempi.

La superiorità di Pogacar si capisce nelle dichiarazioni appena tagliato il traguardo: «Con Juan e Del Toro era la combinazione perfetta per andare insieme il più lontano possibile. Mi hanno lasciato da solo abbastanza presto. Come lo scorso anno ho combattuto con me stesso ma sono contento di avercela fatta». Non è lui che ha attaccato per staccare Ayuso e Del Toro, sono loro che lo «hanno lasciato solo» non resistendo alla sua andatura.

Un re che non trovando nemici si fa la guerra da solo, tra le pietre del Mur de Kigali e quelle – percorse 15 volte – della Côte di Kimihurura. Le stesse dove una settimana prima Remco Evenepoel lo aveva sverniciato nella prova a cronometro, confermandosi campione mondiale di specialità. Anche Pogačar ha concesso il bis dopo Zurigo 2024 mentre alle sue spalle proprio Evenepoel tentava un’eroica risalita, conclusa con il secondo posto a 1’30” dallo sloveno.

Il mondiale di Kigali è stato una prova di una difficoltà ai limiti dell’umano con i suoi 267,5 km e 5128 metri di dislivello, che infatti ha visto arrivare al traguardo solo 30 dei 165 atleti al via. Mai un mondiale era stato concluso da così pochi ciclisti e il ritiro di Julian Alaphilippe (Francia) dopo nemmeno 5 km all’attacco ad inizio gara, la crisi di Isaac Del Toro – legata anche a problemi intestinali – e le parole del capitano dell’Italia Giulio Ciccone, 6° al traguardo, a RaiSport lo confermano:

Oggi ho perso 15 anni di vita in sole 6 ore: una delle giornate in bici più dure di sempre, una sofferenza atroce.

Adesso è il momento di raccogliere le energie per le ultime gare della stagione – Europei e classiche italiane – dopodiché si inizierà a pensare al prossimo anno. Nel 2026 il mondiale di ciclismo saluta l’Africa e torna in America. Si correrà a Montréal (Canada) e chissà chi oserà sfidare il primato di Mwami Tadej.

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