La criminalizzazione della solidarietà in mare
Sempre più spesso vengono attaccate militarmente le navi delle ONG che fanno salvataggi in mare nel Mediterraneo. Un destino purtroppo condiviso anche dalla Global Sumud Flotilla.

Sempre più spesso vengono attaccate militarmente le navi delle ONG che fanno salvataggi in mare nel Mediterraneo. Un destino purtroppo condiviso anche dalla Global Sumud Flotilla.

La settimana che si è appena conclusa è stata particolarmente difficile e intensa per la ONG tedesca Sea Watch, l’organizzazione non governativa attiva e dedita al servizio civile di ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo, un’area nota per le numerose emergenze legate alla migrazione e alla sicurezza in mare.
Nella notte del 26 settembre, la nave di soccorso Sea Watch 5 è stata avvicinata e attaccata dalla guardia costiera libica, o presunta tale, la quale ha aperto il fuoco verso l’imbarcazione, battente bandiera tedesca, che aveva effettuato un salvataggio qualche ora prima e aveva a bordo ben 66 naufraghi. Spari effettuati a un’altezza tale che avrebbe potuto uccidere le persone presenti sulla nave. Infatti, è stata colpita la plancia di comando, danneggiandola.
Due giorni dopo, domenica 28 settembre, la cosiddetta guardia costiera libica, nel tentativo di effettuare un respingimento, ha capovolto un gommone pieno di migranti, facendo cadere in mare la maggior parte delle persone a bordo. Successivamente, invece di prestare soccorso secondo le fondamentali e umane norme del diritto del mare, i libici si sono allontanati con l’intento evidente di lasciare annegare chi era in acqua, incapace di nuotare o impossibilitato a risalire sul gommone. L’episodio è stato denunciato dalla Sea Watch, poiché tutto è stato ripreso dal Seabird, l’aereo della ONG dedicato alla ricerca e al monitoraggio di quanto accade nel Mediterraneo.
Ad ogni modo, i sopravvissuti sono riusciti a salire a bordo del mercantile Maridive in cerca di soccorso, ma purtroppo sono stati consegnati dall’equipaggio alle milizie libiche, facendo ripiombare i migranti in quel tragico percorso disumano attraverso i lager libici, dove violenze e torture avvengono quotidianamente. Luoghi in cui i diritti umani vengono sistematicamente violati, con la consapevolezza e la complicità dei governi e delle istituzioni europee. Infatti, gli attacchi della guardia costiera libica, come quello citato e molti altri in passato, sono stati eseguiti con motovedette classe “Corrubia” fornite dall’Italia, nell’ambito del Memorandum Italia-Libia stipulato nel 2017 e rinnovato tra i due Paesi, accordo che anche quest’anno rischia di essere rinnovato, ancora una volta in sordina.
L’argomento è al centro del dibattito in queste settimane: il 18 ottobre a Roma si terrà una grande manifestazione per chiedere la cancellazione dell’accordo tra Italia e Libia. Se non si interverrà entro il 2 novembre 2025, questo accordo, definito criminale e sanguinoso, sarà automaticamente prorogato per altri tre anni. Altri tre anni durante i quali l’Italia rischia di essere complice di abusi e torture nei lager libici e in mare aperto, come dimostrano gli episodi del 26 e 28 settembre, oltre a quello del 24 agosto scorso contro la nave Ocean Viking di SOS Méditerranée, che, con a bordo 87 sopravvissuti appena soccorsi, è stata colpita da centinaia di proiettili sparati in acque internazionali per almeno venti minuti consecutivi.
Queste forme di violenza in mare non sono più un’eccezione, anzi, i casi di attacchi violenti contro le imbarcazioni impegnate in operazioni di salvataggio o altre missioni si moltiplicano. Accade sia alle navi delle ONG che salvano migranti, sia alle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, anch’esse bersaglio di attacchi da parte dell’esercito israeliano. Queste missioni umanitarie sono colpite da armi ma anche da critiche di una parte dell’opinione pubblica, che disapprova sia il salvataggio di vite in mare sia il tentativo di portare cibo e medicinali al popolo palestinese. Nel caso della Global Sumud Flotilla, si tratta di un’azione decisa, simbolica ma concreta, che coinvolge centinaia di attivisti e attiviste provenienti da quasi 50 Paesi in tutto il mondo.
Impegni umanitari che dovrebbero invece ricevere piena solidarietà e il massimo sostegno, ma che spesso incontrano critiche dure e pessimistiche, nel contesto di una logica di normalizzazione, accettazione e giustificazione delle violenze contro iniziative umanitarie e di solidarietà. Si assiste così all’accettazione e alla normalizzazione di crimini contro l’umanità, genocidi e persino alla normalizzazione della morte di decine di migliaia di bambini.
Una normalizzazione dell’orrore e della morte a cui è fondamentale opporsi con fermezza, sensibilizzando, facendo comprendere e continuando con determinazione a navigare verso Gaza e il Nord Africa, nella consapevolezza che è indispensabile farlo, che è essenziale essere in mare.
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