Seduta sul palco del Teatro Nuovo di Verona, davanti al pubblico della seconda edizione di Wunderkammer quest’anno dedicato al tema delle “Passioni”, Madhumita Murgia, firma del Financial Times, non parla solo di algoritmi. Racconta persone. Il suo libro, uscito in Italia con il titolo Essere umani, è un viaggio nelle zone d’ombra dell’intelligenza artificiale, là dove la narrazione della Silicon Valley lascia spazio a storie concrete: quelle dei lavoratori che addestrano i sistemi, delle comunità che ne subiscono le conseguenze, dei cittadini sorvegliati da tecnologie invisibili.

Murgia, che ha dialogato con Diletta Huyskes, confessa di essere stata a lungo un’ottimista della tecnologia: da scienziata prima, da giornalista poi, credeva nel potere dell’innovazione di migliorare la vita delle persone. «Scrivendo di intelligenza artificiale – racconta – mi aspettavo di concentrarmi soprattutto sugli aspetti positivi. Invece, scavando sotto la superficie, ho trovato storie molto meno luminose. Ho capito che noi giornalisti spesso raccontiamo i grandi nomi, ma ignoriamo la dimensione nascosta che sorregge queste tecnologie».

Il libro mette in luce proprio questa dimensione: l’IA non è fatta solo di algoritmi e infrastrutture, ma soprattutto di persone. «Senza esseri umani non esisterebbe l’intelligenza artificiale», ribadisce Murgia. Migliaia di lavoratori sparsi tra Kenya, Filippine, Bulgaria o Argentina etichettano immagini, moderano contenuti, addestrano chatbot. Lavorano per pochi dollari, spesso senza sapere per quale azienda o progetto, eppure sono loro a dare forma alle macchine che ci parlano, ci assistono, ci sorvegliano.

Dietro il mito dell’automazione totale, emergono così storie di sfruttamento e precarietà. Murgia cita l’esempio dei supermercati “senza casse” negli Stati Uniti, celebrati come simbolo di innovazione: «Si è scoperto che dietro le telecamere non c’erano solo algoritmi, ma persone sottopagate in altri Paesi che osservavano i clienti in tempo reale». Un’“automazione fittizia” che racconta bene le contraddizioni di questa rivoluzione tecnologica.

Colonialismo digitale

La giornalista introduce quindi il tema del colonialismo digitale, che considera uno degli aspetti più problematici e meno discussi dell’attuale sviluppo tecnologico. Secondo Murgia, le grandi aziende tecnologiche tendono a spostare i costi e i rischi verso il Sud globale, mentre concentrano ricchezza e potere nei Paesi più avanzati. Le comunità di lavoratori in Africa, Asia o America Latina vengono sfruttate come forza lavoro invisibile, mentre i sistemi vengono testati su popolazioni vulnerabili, spesso senza tutele o regole chiare. «Vediamo replicarsi schemi già noti – spiega – come nel settore tessile o in quello delle materie prime: chi è in posizione di svantaggio lo diventa ancora di più, mentre chi è già ricco consolida la propria supremazia».

Questo modello non resta confinato a luoghi lontani. Murgia ricorda come in Europa, nei Paesi Bassi, un sistema predittivo automatizzato abbia schedato adolescenti come “a rischio criminalità” sulla base del quartiere, della scuola frequentata o del reddito familiare, in una sorta di “Minority Report” reale. «Quello che sembra un problema tecnologico è in realtà una questione politica e sociale – avverte –. Le tecnologie riproducono i pregiudizi e le disuguaglianze della società che le crea».

Murgia lega la sua riflessione anche al dibattito in corso a livello europeo, dove proprio in queste settimane entra in vigore l’AI Act, il regolamento comunitario che per la prima volta stabilisce regole chiare sull’uso e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. «È un passo importante – osserva – ma le norme da sole non bastano: occorre capire come vengono applicate nei diversi Paesi e quali interessi prevarranno». L’Italia, ricorda la giornalista, è tra i Paesi chiamati a definire politiche concrete di implementazione, che possano proteggere i cittadini senza frenare l’innovazione.

Un giornalismo “responsabile”

Per Murgia, anche il giornalismo ha una responsabilità in questo scenario. Non deve limitarsi a raccontare i grandi nomi e le promesse di innovazione, ma deve portare alla luce il lato nascosto delle tecnologie. «Se non ci sono giornalisti a scavare e raccontare questi aspetti, le uniche voci che sentiamo sono quelle dei colossi tecnologici. Questo non basta».

Il cuore del suo lavoro è proprio quello di mostrare le “collisioni” tra esseri umani e intelligenza artificiale, rendendo visibili i meccanismi che spesso restano nell’ombra. «Questa tecnologia ormai entra in ogni aspetto delle nostre vite: dalla sanità all’istruzione, dalla gestione dei dati personali fino alle armi nei conflitti. Diventa essenziale sapere chi la controlla e chi ne trae beneficio».

Al Teatro Nuovo di Verona, il pubblico ascolta in silenzio, consapevole che l’IA non è un’entità astratta ma un prodotto umano, costruito su lavoro umano. Il messaggio di Murgia, al di là dei numeri e delle sigle, è chiaro: non possiamo discutere di intelligenza artificiale senza parlare delle persone che la rendono possibile e delle disuguaglianze che rischia di amplificare.

Murgia (a destra con la sua interprete) intervistata al Teatro Nuovo da Diletta Huyskes

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