“Io non dispongo dell’amore, è l’amore che dispone di me. Io non dispongo della bellezza, è la bellezza che mi stupisce

Il Teatro Romano di Verona, gremito e completamente sotto una pioggia insistente, ha accolto Umberto Galimberti per una conferenza che resterà nella memoria del Festival della Bellezza 2025. La cornice antica del teatro, piena di ombrelli multicolori in platea illuminata su richiesta di Galimberti è diventata il palcoscenico ideale per una riflessione che non ha avuto nulla di accademico e tutto dell’esperienza viva, emozionante, che solo la parola “piena di umanità” sa generare. Il tema del festival – la Bellezza – è stato affrontato da Galimberti non come concetto astratto, ma come evento che accade, come forza che sorprende, destabilizza, ferisce e, proprio per questo, apre allo stupore e alla conoscenza.

Fin dall’inizio, il filosofo ha posto l’accento sulla natura irriducibile della bellezza: “La bellezza non è un oggetto di cui si può parlare, perché l’evento della meraviglia lo produce lei e lei è il soggetto dell’evento”.Con queste parole, il filosofo ha introdotto un viaggio che non si sarebbe limitato a spiegare la bellezza, ma avrebbe cercato di farla accadere, qui e ora, davanti agli occhi di un pubblico che, poco alla volta, ha smesso di essere spettatore per diventare parte di un’esperienza condivisa.

La bellezza che ferisce

La prima immagine proposta da Galimberti è quella della bellezza come ferita. Riprendendo Aristotele, ha ricordato che la filosofia nasce dalla meraviglia e dal dolore. Non sono due vie separate, ma due dimensioni intrecciate che accompagnano ogni esperienza autentica. «La bellezza è ciò che quando la vedi ti piace, senza concetto e senza scopo», ha detto con fermezza.

Eppure questa immediatezza, che sembra così naturale, non porta pace: porta turbamento. Citandosi con Thomas Mann, ha sottolineato: “La bellezza ferisce. E la ferita non è una carezza“. La ferita non è lusinga, non è carezza: è un colpo che scalfisce, che destabilizza. La bellezza, allora, è sempre un incontro che lascia un segno. In questo senso, la filosofia non è un lusso intellettuale, ma una necessità vitale: nasce dal fatto che siamo colpiti da ciò che ci supera. Galimberti ha raccontato come il pensiero vero non inizi mai da un sapere già dato, ma sempre da una mancanza, da uno shock, da una spaccatura. L’idea di bellezza come ferita è radicale, perché rompe l’immagine pacificata che troppo spesso associamo al bello. Non un abbellimento, non un ornamento, ma un trauma che ci costringe a ripensare noi stessi.

“La bellezza ferisce. E la ferita non è una carezza

Bellezza senza scopo, come l’amore

Dopo aver mostrato il volto destabilizzante della bellezza, Galimberti ha condotto il discorso verso un parallelo: quello tra bellezza e amore. Due esperienze che si richiamano, perché entrambe sfuggono alla logica dello scopo e dell’utilità. “Anche l’amore colpisce senza scopo“, ha dichiarato. E ancora: “Io non dispongo dell’amore, è l’amore che dispone di me. Io non dispongo della bellezza, è la bellezza che mi stupisce“. Sono frasi che hanno avuto il potere di condensare in poche parole un’esperienza che tutti conoscono, ma che spesso sfugge al linguaggio.

Né l’amore né la bellezza possono essere pianificati: accadono. Non dipendono da un calcolo o da una volontà, ma irrompono nella vita con la forza dell’imprevisto. Galimberti ha insistito sul fatto che l’inutilità dell’amore e della bellezza è ciò che le rende essenziali. Viviamo in una società che misura tutto in termini di profitto, di guadagno, di efficienza. Ma l’amore e la bellezza, proprio perché non servono a nulla, servono a tutto. Sono ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Nel silenzio attento del teatro, il pubblico sembrava riconoscere la verità di quelle parole, come se ciascuno rivedesse in sé i momenti in cui è stato sorpreso dall’amore o rapito dalla bellezza senza averlo scelto, senza averlo previsto.

“Non ci può essere un’azione etica che non sia bella e non c’è bellezza che non sia etica

L’utile, la tecnica e il vuoto di senso

Il terzo grande blocco della conferenza è stato dedicato a una critica profonda del nostro tempo. Galimberti ha ricordato come viviamo immersi in un sistema tecnico che ha reso l’utile il criterio supremo di ogni valore. “Funziona” – ha detto, citando Heidegger – è diventata la parola chiave del nostro presente. Ma funziona per cosa? Funziona verso quale fine? La tecnica non risponde a queste domande: non ha un telos, un senso ultimo. Persegue solo l’efficienza, l’aumento di potenza, il perfezionamento dei mezzi. E così rischia di ridurre la vita a un ingranaggio impersonale. In questo quadro, ciò che non serve a nulla viene scartato. Ma la bellezza, proprio perché inutile, si oppone a questa logica. È la prova vivente che esistono esperienze che valgono non per ciò che producono, ma per ciò che fanno accadere in noi.

Con voce grave, Galimberti ha osservato: “Oggi i ragazzi si anestetizzano dall’angoscia del futuro”. È un’immagine forte, che racconta il disagio di una generazione senza prospettive, incapace di immaginare un avvenire diverso dal presente. Un tempo, i Greci trovavano senso nella natura, i cristiani nella promessa della salvezza, la modernità nella ragione e nel progresso. Oggi questi orizzonti sembrano dissolti. Il futuro appare vuoto, e il presente si riduce a consumo immediato. In questo vuoto di senso, la bellezza e l’amore resistono come forze irriducibili: non garantiscono scopi, non risolvono problemi, ma aprono uno spazio in cui vivere non è solo sopravvivere.

“Le parole generano i pensieri. Tu non puoi pensare una cosa di cui non hai la parola

Etica, parola e follia

Il quarto blocco della conferenza è stato un intreccio fecondo di tre dimensioni: etica, parola e follia. Richiamando il mondo greco, Galimberti ha ricordato l’ideale del kalòs kai agathòs: bello e buono inseparabili. “Non ci può essere un’azione etica che non sia bella e non c’è bellezza che non sia etica“, ha affermato. Questa unità, che oggi sembra spezzata, era per gli antichi una guida. E la sua assenza nel nostro tempo produce smarrimento. Da qui Galimberti ha tracciato un confronto con le tradizioni religiose. L’ebraismo, con il suo primato della parola e il divieto delle immagini, ha costruito una cultura dell’ascolto. Il cristianesimo, con l’incarnazione, ha dato dignità al corpo e aperto la strada all’arte. In entrambe le tradizioni, la bellezza non era mai semplice estetica, ma segno di un senso più profondo. Poi la critica al nostro tempo: “Le parole generano i pensieri. Tu non puoi pensare una cosa di cui non hai la parola“.

La perdita della parola è perdita di pensiero, e quindi di libertà. La scuola e la filosofia diventano allora presidi di resistenza. Infine, la follia. Platone parlava di quattro forme di follia: profetica, iniziatica, poetica ed erotica. Galimberti ha insistito che la follia non appartiene solo ai malati, ma è la dimensione che caratterizza ciascuno di noi: «La follia non è una prerogativa dei pazzi, ma la dimensione che caratterizza ciascuno di noi». L’amore, in particolare, è follia reciproca: è il lasciarsi andare, l’accettazione di un disordine che ci rivela a noi stessi. La bellezza, come l’amore, porta sempre con sé un rischio di follia, perché ci spinge oltre le regole dell’io.

La bellezza come sacrificio dell’io

Nell’ultimo blocco, Galimberti ha portato a compimento il filo della sua riflessione. «La bellezza richiede il sacrificio del tuo io», ha dichiarato. Non possiamo possederla, possiamo solo accoglierla. La bellezza non è un bene che si accumula, ma un evento che ci supera. Non consola, non protegge, non garantisce sicurezza. Inquieta, apre, mette in discussione. È simbolo: non si mostra mai tutta, ma sempre oltre, in eccesso. È ponte tra visibile e invisibile, tra finito e infinito.

Il Teatro Romano, al termine delle sue parole sotto ancora la pioggia battente custodiva l’eco di una verità percepita, l’applauso, lungo, liberatorio, ha trasformato quella verità in esperienza comune. La conferenza non ha semplicemente parlato della bellezza: l’ha resa presente, epica sotto la pioggia come una ferita condivisa che ha toccato ciascuno. In quell’istante, la filosofia di Galimberti non era più discorso, ma esperienza viva condivisa e solidale. Un evento che ha mostrato come la bellezza, pur non servendo a nulla, possa dare senso a tutto.

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