C’è un filo rosso che unisce i problemi del calcio italiano, dal crollo della competitività dei club a livello europeo fino alle difficoltà della Nazionale. Quel filo si chiama giovani, o meglio, la loro assenza. Non è solo un’impressione nostalgica di chi ricorda i tempi in cui anche le grandi squadre di Serie A lanciavano campioni cresciuti nel proprio vivaio (da Gianni Rivera del Milan a Francesco Totti della Roma), ma un problema concreto, misurabile nei numeri e visibile nelle scelte delle società. Il nostro calcio sembra aver perso fiducia nella propria base.

Sempre più spesso, le prime squadre schierano formazioni composte quasi esclusivamente da stranieri, mentre i settori giovanili diventano luoghi di passaggio, utilizzati più come serbatoi di calciatori “pronti subito” reclutati dall’estero che come percorsi di crescita per ragazzi italiani. Eppure, il settore giovanile dovrebbe essere la spina dorsale di un club, il luogo dove formare non solo atleti, ma anche identità, cultura calcistica e valore economico.

Il dato che preoccupa: la Primavera senza italiani

La situazione ha raggiunto livelli paradossali. In alcune recenti partite del campionato Primavera – quello che dovrebbe rappresentare il passo decisivo verso il professionismo – si sono viste formazioni composte da undici stranieri su undici titolari. Un dato drammatico, perché segnala che le società italiane hanno smesso di credere nei propri ragazzi anche per il campionato under 20. E non è solo una questione di bandiera o di orgoglio nazionale. La gestione di questi giovani stranieri, spesso reclutati a 16 o 17 anni, segue una logica di brevissimo termine. Vengono presi, fatti giocare una o due stagioni e poi, a fine campionato, sette, otto, anche dieci giocatori vengono lasciati andare senza che ci sia stato un vero progetto su di loro. Nessuna continuità, nessuna programmazione, nessun ritorno tecnico ed economico. Nel frattempo, i ragazzi italiani della stessa età restano ai margini, privati di occasioni e di percorsi chiari per arrivare alla prima squadra.

Perché accade tutto questo? Le ragioni sono molteplici e radicate. Innanzitutto, mancano le strutture adeguate: campi, spogliatoi, centri sportivi che permettano ai ragazzi di allenarsi in modo professionale fin da piccoli. Sono elementi che per una società, soprattutto se di piccolo calibro, costano molto e a volte il “ritorno” non è immediato e considerato adeguato all’investimento. A questo si aggiunge la carenza di istruttori qualificati, figure decisive nei primi anni di formazione e capaci di trasmettere ai giovani non solo tecnica, ma anche metodo, mentalità e valori.

Il problema, però, non è solo economico. In Italia manca una visione condivisa tra club, federazioni e istituzioni su come sviluppare i giovani calciatori. Il risultato è che troppi ragazzi si perdono lungo la strada. Quando in altri Paesi i giovani calciatori iniziano a costruirsi la carriera, qui da noi molti abbandonano, disillusi o semplicemente non supportati dal sistema. È come se l’Italia avesse un immenso serbatoio di talento naturale che si disperde prima di arrivare a esprimersi.

Foto da Unsplash di Kenny Eliason

Ritrovare un progetto comune

L’Italia, negli ultimi anni, ha faticato a tenere il passo di nazioni che investono in modo massiccio sulla formazione dei giovani, come Francia, Germania, Spagna e Inghilterra. Questi Paesi non solo hanno campionati più competitivi, ma soprattutto dispongono di un flusso costante di giocatori pronti a entrare in prima squadra già a 18 o 19 anni. In Italia, invece, un ragazzo under 20 che esordisce in Serie A viene considerato un caso eccezionale, da studiare in laboratorio. Quando la Nazionale deve rinnovarsi, si trova con pochissime alternative, costretta a riproporre sempre gli stessi calciatori. È un circolo vizioso che si autoalimenta: meno italiani giocano nei club, meno opzioni ha la Nazionale, meno risultati ottiene l’Italia e, di conseguenza, cala anche l’interesse per la crescita dei vivai.

Uscire da questa spirale non è semplice, ma è possibile. Serve un intervento che parta dalle basi, con investimenti nelle infrastrutture e nei centri sportivi, una formazione seria e continua per allenatori e istruttori, e un lavoro coordinato tra FIGC e società per creare un progetto che guardi oltre il risultato immediato della domenica. È necessario, per questo, anche un cambio culturale: valorizzare un ragazzo del vivaio comporta tempo e non deve essere visto come un rischio, ma come un investimento per il futuro. Un calciatore cresciuto in casa ha un valore di mercato più alto, un legame più forte con il club e può diventare un punto di riferimento anche per la tifoseria.

Oggi il nostro calcio vive di scorciatoie che danno respiro solo per qualche mese, ma che prima o poi presentano il conto. Per tornare competitivi serve una visione che guardi ai prossimi dieci anni, non solo alla prossima partita. Vale per l’Hellas e vale per tutto il calcio italiano.

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