Il cuore, la mente e il carattere. Il jolly che vive sul saliscendi delle emozioni. Il filosofo della maieutica prestata allo sport. Il faticatore della porta accanto che arriva a toccare le stelle. Gianmarco Pozzecco, Julio Velasco e Gennaro Gattuso. Allenatori, commissari tecnici, uomini che nello spazio di un weekend hanno scritto ognuno una pagina della propria storia in maglia azzurra.

L’ultima dolceamara apparizione del Poz sulla panchina dell’Italbasket. L’esordio di Ringhio nella centrifuga azzurra del pallone. Il trionfo definitivo di Velasco. Tre capitoli totalmente diversi fra loro, vivisezionati da un Paese abitato da milioni di CT. Tre battiti di ciglia che forse non ci hanno insegnato nulla dell’arte di allenare, ma che certamente raccontano molto di noi.

La prigione di Pozzecco

Non me ne frega un cazzo di che tipo di allenatore sono stato. […] Non me ne frega un cazzo di cosa pensiate di me: nella mia vita da allenatore mi concentro sui giocatori e oggi sono triste non perché abbiamo perso la partita, ma perché li ho visti soffrire“.

Parole e musica di Gianmarco Pozzecco. Tutto il suo universo in un guscio di noce, se vogliamo scomodare Stephen Hawking. Eppure è da queste parole che bisogna partire e, infine, ritornare per analizzare l’operato del Poz sulla panchina della nazionale azzurra di basket. Terminato con l’eliminazione agli ottavi dell’Europeo per mano della Slovenia.

Partiamo dai risultati. Perché sono quelli che restano, una volta sgonfiatasi l’onda emotiva post tornei internazionali. Salito a bordo nel giugno 2022, a Pozzecco non si chiedevano grandi allori; il materiale umano con cui ha dovuto giocarsi le sue carte non era quello dei lustri precedenti alla sua avventura alla guida della Nazionale.

La “crisi” del Poz nel time out contro la Georgia (frame video Eurosport)

Gli ultimi acuti di Belinelli e Gallinari, unici due superstiti dei Big Three (il terzo è Bargnani, of course) che promettevano di traghettare la pallacanestro italiana nell’età dell’oro e che, invece, si sono sempre schiantati sugli scogli delle nostre speranze, e la generazione successiva dei Melli, Fontecchio, Spissu e Polonara. Un po’ meno Datome, che ha terminato la sua parabola azzurra nel settembre 2023. Aggiungeteci pure la presa in giro “Banchero”. Ma qui sono altre le teste che dovrebbero rotolare.

Non il marmo di Carrara con cui sono edificate le grandi cattedrali, quindi, ma nemmeno il gesso tenero in grado di sfaldarsi alla prima spruzzata di pioggia. E, facendo bene i conti, vien fuori che col Poz ci siamo quasi sempre ritrovati col cerino tra le mani. Fantastico nel “creare gruppo”, come ammesso dai suoi stessi giocatori, ma troppo spesso prigioniero di quel personaggio che lui stesso ha contribuito a creare.

Carismatico, istrionico e preda delle emozioni. Pozzecco ha finito per avvilupparsi su sé stesso, in una sequela di ritratti che potrebbero finire nella stessa sala della corsa di Mazzone sotto la curva dell’Atalanta. Solo che sor Carletto aveva una storia alle spalle a sostenerlo, Pozzecco solamente una narrativa, spesso auto-alimentata. Il video del time out contro la Georgia, dove non è in grado di formulare una frase di senso compiuto, è esemplificativo. E, di questi tempi, passare da icona a meme, è un attimo.

L’Olimpo di Velasco

In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”, diceva Alberto Arbasino.

Per Julio Velasco quel momento è passato tempo fa. Più o meno tra la fine degli anni ‘90 e il 2011. Un decennio e poco più di risultati altalenanti e panchine di medio rango. Lo stesso periodo in cui, tra l’altro, ha cominciato ad essere sempre più richiesto come speaker per conferenze ed eventi aziendali.

Non per i cultori del volley, ma per lo sportivo medio italiano, in quella fase Velasco ha rischiato di rimanere definitivamente ancorato alle schiacciate di Van de Goor e all’ultimo attacco oltre l’asticella di Giani, nel 17-15 del tie-break della finale olimpica di Atlanta. O, ancor peggio, alle tragicomiche esperienze come dirigente-mentore nella Lazio di Cragnotti e nell’Inter di Moratti.

Velasco abbraccia i collaboratori al termine della finale mondiale (frame video DAZN)

Chi vince festeggia, chi perde spiega” dirà il tecnico di La Plata mentre cerca di anestetizzare il dolore di aver creato e condotto la Generazione di Fenomeni di vittoria in vittoria, fermandosi ad un solo passo dall’Olimpo. Ripartirà dalle panchine dell’Iran e della sua Argentina, Velasco, per riscrivere la propria leggenda sportiva.

L’occasione del destino si chiama ancora Italia, femminile stavolta. Oro a cinque cerchi e oro mondiale nello spazio di un anno, riprendendo in mano un gruppo dalle potenzialità formidabili, ma che si stava sgretolando. Non è vero che quel treno passa solo una volta nella vita. Solo che devi essere abbastanza bravo per salirci.

“Venerato maestro” ora è quasi poco per Julio Velasco. Ed è in questa fase che si nasconde, forse, la sua prossima sfida. Quella di tenere a bada gli elogi sperticati e i profluvi di aggettivi (rigorosamente a tempo) che, già in questi giorni, sono apparsi in ogni dove. Sulle bacheche social di ogni politico italiano, ad esempio. Ma, ad uno che insegna leadership ai top manager italiani, non siamo certo noi a dover spiegare l’importanza di saper scegliere chi farci salire, sul suo treno.

La prima di Gattuso

Ci fu una grande battaglia di idee e alla fine non ci furono né vincitori, né vinti, né idee”. Sono certo che quando Stefano Benni ha scritto queste parole, non avesse in mente una qualsiasi riunione di FIGC, Lega Calcio o altri consessi dove si decidono le sorti del nostro pallone. Eppure, ne sono lo spaccato perfetto.

Parto da qui perché cosa gli vuoi dire a Gattuso, che ha appena iniziato a sentire sulle spalle il peso della casacca da CT. Piuttosto sarebbe da soffermarsi sull’imbarazzante, e a tratti inquietante, teatrino iniziato con l’esonero di Spalletti, passato per il rifiuto di Ranieri e, infine, risolto con l’approdo in azzurro di Rino. Anche qui, però, ormai parlare e criticare l’operato dei vertici del nostro calcio è sempre più simile ad un inutile esercizio di stile. Buono solo a placare le inquietudini di chi scrive. Ma senza nessun risvolto pratico.

Perciò Ringhio. Detto che l’Estonia non poteva essere in alcun modo uno stress test probante, l’agonico match con Israele ci ha già riservato alcune istantanee di quel che potrà essere il Gattuso CT. Schiettezza disarmante, pugni sollevati, sguardi persi nel vuoto di fronte agli errori della retroguardia azzurra e una discreta intuizione nel leggere lo spostamento di Tonali nella seconda metà di gara. Poteva andare peggio.

Un Gattuso “rilassato” al termine del match con Israele (frame video Sky Sport)

Alzi però la mano chi, in pieno recupero e col portiere israeliano salito fin nella nostra area per l’ultimo corner, non ha rivisto il fantasma di Benevento. L’esordio di Rino sulla panchina milanista che si conclude col pareggio, ben oltre il novantesimo, grazie alla capocciata di Brignoli. Con l’estremo difensore giallorosso a regalare il primo storico punto in A ai sanniti.

Se del nuovo CT azzurro sarà il tempo a decretare sorti e fortune, la sosta per le Nazionali spero abbia quantomeno insegnato a tutti noi cosa possiamo chiedere a Gattuso e cosa no. Su quali campi di battaglia è giusto impiegarlo. Per essere chiari, chiedere a Ringhio di boicottare il match con Israele e appendergli uno striscione fuori casa, in Calabria, evocando i bimbi morti a Gaza, sono state forzature inutili.

Perché non è a Gennaro Gattuso, con già le sue grane da risolvere, che dobbiamo guardare. L’orrore e la tragedia della Striscia di Gaza urlano in faccia al mondo. È a Zurigo, Nyon e Roma che troverete cervelli lautamente pagati per dare un indirizzo, umano e sportivo, al calcio. Certo, nel nostro caso sono quasi sempre gli stessi delle riunioni senza idee di cui si parlava a inizio capitolo. Ed è per questo che, temo, Stefano Benni avesse capito l’antifona molto prima di noi. “Esisteranno sempre l’intelligenza, la voglia di libertà, l’eros e le sale da ballo, ma la parola speranza non mi sento più di pronunciarla”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA