Oriente Occidente 2025, un inno ai corpi assenti e agli sguardi che si incontrano
Edizione numero 45 del festival dedicato alla danza e all’incontro di culture a Rovereto.

Edizione numero 45 del festival dedicato alla danza e all’incontro di culture a Rovereto.

“Guardiamo a orizzonti futuri. Con le grandi compagnie e gli artisti che stanno percorrendo
con noi un lungo viaggio, ma anche inserendo nuovi sguardi plurali, capaci di vivere
insieme a noi le prossime avventure”.
Con queste parole Lanfranco Cis, direttore artistico di Oriente Occidente, ha concluso l’incontro che sabato scorso ha visto chiudersi l’edizione numero 45 del festival dedicato alla danza e all’incontro di culture.
Un festival nato dal basso e che, come ha confermato anche il recente rapporto Federculture, presentato sempre sabato al Teatro Zandonai, a Rovereto, è oggi un motore culturale e politico di coesione sociale: la presenza del festival attira visitatori interessati a un arricchimento personale, ad attirare persone pronte a mettersi in gioco, godendo le emozioni forti che solo l’arte può suscitare e diventando poi loro stessi ambasciatori di nuove prospettive con cui guardare il mondo.
I numeri portano solo conferme: 40 eventi in programma, 17 compagnie coinvolte,
oltre 3mila biglietti venduti, 5 spettacolo sold out e un’ottima risposta del pubblico per la
programmazione negli spazi esterni della città. E ancora, più di 800 persone hanno
partecipato agli eventi di approfondimento di Linguaggi, la sezione del festival dedicata
agli incontri e alle storie, al motto: “Raccontare è un atto profondamente politico, anche
ascoltare lo è”.
Insomma, la vocazione di Oriente Occidente continua a essere la stessa: capire il mondo
che abitiamo, comprenderne le sfaccettature più nascoste, e farlo attraverso l’arte, la
danza prima di tutto, ma anche il dialogo, il confronto.
L’edizione 2025 apre il percorso che ha per protagonisti i Corpi Assenti. E dopo aver attraversato i Mediterranei plurali oggi lo sguardo si focalizza sull’umano, su quei corpi che non si vedono, spesso, e che oggi riprendono spazio diventando presenza attiva, poetica, narrativa. Così, anche quest’anno il festival si è trasformato in uno spazio sicuro in cui creare comunità e opporsi all’omologazione.
Da visitatrice e appassionata, quale sono, di danza e di approcci interculturali, anche nell’edizione 2025 ho trovato un’infinità di stimoli, informazioni, sensazioni. Ho riscoperto il
piacere di commuovermi di fronte a uno spettacolo, a un artista, e di divertirmi al punto tale
da dimenticare il mondo intorno a me per calarmi nel vortice del ritmo e della musica.

Resterà a lungo impresso nella mia memoria il ‘colossale’ The Living Monument di Eszter
Salamon, creato per la Compagnia Nazionale Norvegese Carte Blanche. Un elogio alla
lentezza e alla libertà di immaginazione, un susseguirsi di quadri, nature apparentemente
morte ma di fatto corpi in continua trasformazione. Gli scenari futuristici, i corpi che
rimandano a figure zoomorfe e mitologiche, le scenografie monòcrome hanno condotto,
per 135 minuti, in un viaggio introspettivo che costringe a fare i conti con l’assurda velocità
del nostro tempo, e ci riporta invece, in assoluta controtendenza, a una dimensione altra,
dove la lentezza è valore aggiunto e strumento di conoscenza dei nostri limiti, ma anche di
scoperta di inimmaginate risorse: quelle della fantasia.
Un inno alla magia della ritualità, all’incontro tra musica, danza e canto, è stato Ùltimo
Helecho, che ha visto François Chaignaud insieme alla regista Nina Laisnè portare sul
palco tutta la forza delle tradizioni popolari. Abbiamo ascoltato canti disperati e pieni di
passione per una terra che si sta sfaldando. Dove le anime elette trovano rifugio ma anche
un continuo senso di impotenza, e dove la notte e le stelle si trasformano in interlocutori
privilegiati per cercare risposte e aggrapparsi a una speranza. I musicisti hanno dato vita a
repertori europei e sudamericani insieme. Ancora, è la contaminazione di generi, linguaggi, gestualità ad avere un ruolo da protagonista.
Indimenticabile la performance site-specific di Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio,
sulla coreografia della straordinaria Sofia Nappi, già giovane stella della danza. Nelle sale
del Mart, ora popolate dalle immagini di Sebatião Salgado, parte della mostra Ghiacciai, i due danzatori hanno portato in scena The Fridas, una rappresentazione della moltitudine che popola ciascuno di noi. Frida Kahlo ha ispirato l’artista nel dare forma a questo dualismo eterno, dove i corpi sono speculari, talvolta, ma spesso incarnano anche contrasti e conflitti.
I gesti rivelano fragilità e forza, gioia, lacrime, sorrisi, dolori, vulnerabilità, sfide. Una performance intensa e poetica, interpretata con trasporto e straordinaria pulizia.
Un’ora di energia allo stato puro, regalata al pubblico dai performers di Circus Baobab, la compagnia che porta nel mondo acrobazie circensi e danza urbana. Yé, Acqua nella lingua susu, della Guinea, è il filo conduttore dello spettacolo. L’acqua che è il bene più prezioso, il più sacro, il più fragile, il più scarso, in un mondo in rovina. Si può rinascere? Tra corpi volanti, che si snodano e si attorcigliano, si inseguono e si abbracciano, si respingono e si cercano, si arriva a pensare all’importanza delle relazioni, che portano solidarietà e luce, anche quando si cade nella paura di una catastrofe.

Si sono conclusi undici giorni di bellezza e danza, di ascolto dell’altro e di nuovi sguardi. Chi conosce Oriente Occidente ama questo appuntamento e ci vuole essere, per respirare
aria fresca e portare a casa un concentrato di immagini, colori, pensieri. E tradurre in
buone pratiche la miriade di stimoli che si ricevono nella piccola, ma vivacissima Rovereto,
e nel suo festival sempre più coinvolgente.
L’appuntamento è all’anno prossimo.
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