La morte di Dante
Nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321 a Ravenna si spegne il Sommo Poeta. Ma anche su questo biografi, storici e dantisti non sono d'accordo.

Nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321 a Ravenna si spegne il Sommo Poeta. Ma anche su questo biografi, storici e dantisti non sono d'accordo.

โMa, poi che la sua ora venne segnata a ciascheduno, essendo egli giร nel mezzo o presso del cinquantesimo sesto suo anno infermato, e secondo la cristiana religione ogni ecclesiastico sacramento umilmente e con divozione ricevuto, e a Dio per contrizione dโogni cosa commessa da lui contra al suo piacere, sรฌ come da uomo, riconciliatosi; del mese di settembre negli anni di Cristo MCCCXXI, nel dรฌ che la esaltazione della santa Croce si celebra dalla Chiesa, non sanza grandissimo dolore del sopra detto Guido, e generalmente di tutti gli altri cittadini ravignani, al suo Creatore rendรฉ il faticato spirito; il quale non dubito che ricevuto non fosse nelle braccia della sua nobilissima Beatrice, con la quale nel cospetto di Colui chโรจ sommo bene, lasciate le miserie della presente vita, ora lietissimamente vive in quella, alla cui felicitร fine giammai non sโaspetta.โ
Cosรฌ Giovanni Boccaccio descrive nel suo Trattatello in laude di Dante la morte del Sommo Poeta. Stiamo parlando dellโultimo periodo di Dante, quello ravennate. Dopo il soggiorno veronese, presumibilmente avvenuto in un periodo che va dal 1315-1316 al 1320 (ricordiamo che il 20 gennaio del 1320 Dante tratta la Questio de aqua et terra, presso la chiesa di SantโElena, a Verona), lโAlighieri รจ ospite di Guido da Polenta, signore di Ravenna, uomo di pace, mecenate, studioso, poeta, nipote di quella Francesca (da Rimini) che tanto ci commuove nel canto V dellโInferno. Cosรฌ come commuovono le righe di Boccaccio che vede lโanima di Dante subito trasvolare tra le braccia โdella sua nobilissima Beatriceโ.
Boccaccio dice che Dante morรฌ a 56 anni e aggiunge che Dante fosse โinfermatoโ, ovvero โammalatoโ. Stiamo parlando della sera tra il 13 e il 14 settembre del 1321. Le date, come sempre in Dante, mettono in disaccordo i biografi, gli storici e i dantisti.
Per questa mia piccola ricostruzione degli ultimi momenti danteschi (e non solo) mi avvarrรฒ dellโautoritร di Giuseppe Indizio, uno dei massimi studiosi della biografia dellโAlighieri, traendo informazioni dal suo Vita di Dante (Editore libreriauniversitaria.it), ancora inedito, per amichevole concessione dellโautore.

Venezia dichiara guerra a Ravenna, e Guido affida a Dante unโambasceria, confidando nelle capacitร oratorie del suo preziosissimo ospite. Il percorso รจ accidentato e tortuoso (ma la vita di Dante fu sempre una vita scomoda). I veneziani rifiutano lโambasciata (o la ritardano) temendo che Dante, con il proprio eloquio, possa far desistere dallโimpresa militaresca. Scrive Filippo Villani (1325-1405) nel suo De origine civitate Florentiae che i veneziani temevano Dante โquibus potentissimum poetam famam compererantโ (โper le quali sapevano per fama che il poeta era potentissimoโ), quasi che Dante fosse un novello Orfeo capace di ammaliare, ipnotizzare, solo con il potere della propria parola.
Non solo. โE avendo il poeta, che non era stato ascoltato e che era oppresso dalla febbre, domandato con preghiere il passaggio attraverso le coste del mare per Ravenna, quelli, con follia ancora maggiore, glielo negarono recisamenteโ. Quindi Dante รจ febbricitante, probabilmente una febbre di natura malarica. Contrae la malattia giร nel tragitto di andata. Il tragitto verso la cittร lagunare รจ rischioso a cominciare dal territorio di Pomposa, a causa della quantitร di insetti nocivi accumulatisi durante lโestate.
Dante chiede di ritornare via mare, percorso sicuramente piรน agevole, e tale concessione gli viene negata. Probabilmente i veneziani volevano evitare che Dante โ quasi una sorta di spia โ acquisisse di persona elementi sul dispiegamento navale che si stava allestendo in vista della guerra imminente. โIl poeta, continua Villani, essendo giunto a Ravenna dopo aver sopportato le scomoditร del viaggio per terra con la febbre, dopo pochi giorni si spenseโ e successivamente sepolto presso la chiesa dei frati Minori.
Indizio preferisce la data del 13 settembre, come data della morte, cosรฌ come leggiamo nellโepitaffio funebre scritto da Giovanni del Virgilio. E anche questo รจ una storia interessante. Non potendo Guido erigere un monumento degno della fama del poeta, per il peggiorare della sua situazione (nel โ22 perde la signoria di Ravenna e lo troviamo a Bologna come capitano del popolo, morirร nel โ23), decise di erigere una sorta di monumento poetico.
Comincia cosรฌ una lunga serie di epitaffi funebri e carmi di compianto che proseguirร fin oltre la seconda metร del Cinquecento. Questi componimenti sono di aria bolognese, ravennate o appartenenti ai dotti circoli scaligeri di area veneta.
Tace momentaneamente Firenze. Boccaccio denuncia rammaricato: โniuna compassione ne mostrรฒ alcuno, niuna publica lagrima gli fu conceduta, nรฉ alcuno uficio funebre fattoโ. E infatti, i primi epitaffi del Trecento mettono in scena il topos della pia Ravenna e della cruda e ingrata Firenze.
I versi giudicati, sempre da Boccaccio, piรน degni di essere menzionati sono quelli appunto di Giovanni del Virgilio, un erudito, esperto di antichitร , master of humanities, come direbbero in altri lidi. Uno che veniva stipendiato (40 lire di bolognini) per spiegare Virgilio, Ovidio, Lucano e Stazio. Poi perรฒ ritardarono nei pagamenti e se ne andรฒ a Cesena. Il classico โprofessoroneโ.
Forse lo conosceremmo solo per questo epitaffio funebre riportato da varie fonti (Boccaccio, Villani), se non fosse che precedentemente gli saltรฒ in mente di scrivere una lettera a Dante Alighieri, giร a Ravenna, intento a ultimare il Paradiso.

La lettera รจ una lettera in latino, una lettera metrica, alla maniera di Orazio. Nella lettera si riconosce sรฌ il valore poetico altissimo dellโAlighieri, ma in sostanza viene fatta una richiesta ben precisa: โse vuoi che questo tuo poema lo prendiamo seriamente, se vuoi essere incoronato poeta, lโopera รจ tutta da rifare, da riscrivere in latinoโ. E questa รจ lโidea aristocratica e ben poco inclusiva dellโarte e della cultura. โPyeridum vox almaโ โฆ cosรฌ inizia la lettera, โAlma voce delle Pieridiโ, o voce nutriente delle Museโฆ
โPerchรฉ, ahimรฉ, getterai sempre argomenti cosรฌ gravi al volgo, e noi, che siamo pallidi (studiosi fatti pallentes nello studio), nulla leggeremo da te che sei vateโ.
E rincalca la dose: โlโuomo di lettere ha in spregio le opere in volgare, anche se gli idiomi non variassero tra loro, mentre sono migliaia. Per di piรน nessuno nella schiera di quei senni di cui tu sesto, nรฉ colui cui vai dietro verso il cielo, ha scritto in lingua da piazza (โฆ) Non gettare prodigo le perle ai cinghialiโ. Questa lโaccusa.
E Dante cosa fa? Risponde alla lettera. E da vero genio, gli risponde in latino, ma in un latino ad altissimi livelli, alla maniera dellโamato Virgilio, con una bucolica, ricostruendo tutto un mondo di pastori, dove Titiro (Dante), Melibeo (lโamico Ser Dino Perini) riflettono sulla proposta di Mopso (Giovanni del Virgilio). A riprova della grandezza di Dante in entrambe le lingue.
Lo scambio continuerร . Giovanni del Virgilio accetterร la sfida e risponderร con una bucolica, non allโaltezza di quella di Dante, e questo accorato carteggio in latino va a costituire il libro delle Egloge (con i due botta e risposta di Giovanni e Dante). E sarร quindi il professorone, quello che allโinizio si era posto con ammirazione, sรฌ, ma anche con aria di sufficienza un poโ snob nei confronti di un Dante troppo popolare, meno โaccademicoโ, a scrivere il primo carme commemorativo.
Theologus Dantes, nullius dogmatis expers (โฆ)
gloria Musarum, vulgo gratissimus auctor.
Dante (poeta) teologo, non ignaro di alcuna dottrina (โฆ), gloria delle Muse, autore carissimo al popolo. Il maestro che agli inizi aveva tante riserve circa la deriva โpopโ dellโAlighieri, ora, in morte, ne riconosce alla fine il valore e il successo.
Alla fine forse era vero il timore dei veneziani nei confronti dellโAlighieri โpotentissimoโ. Le parole di Dante convinsero persino lโesimio professore, al punto da farlo diventare โ parole di Boccaccio stesso โ di Dante โsingularissimo amicoโ.
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