Colette, nome d’arte abbreviato per Sidonie-Gabrielle Colette, è considerata oggi più un mito nazionale che una semplice scrittrice francese. Candidata al premio Nobel per la letteratura del 1948, prima di arrivare ad essere riconosciuta come la più famosa scrittrice nella Francia della prima metà del Novecento fu indissolubilmente legata alla fama della sua prima opera, ossia la serie di avventure della tanto giovane quanto disinibita quindicenne “Claudine” (1900-1903), sulla cui paternità (o maternità in questo caso) gli studiosi discutono ancora.

Il primo romanzo di questa scrittrice, “Claudine a scuola” (in originale “Claudine à l’école”, 1900) fu infatti inizialmente scritto su richiesta del primo marito di Colette, l’editore e impresario Henry Gauthier-Villars, detto “Willy”, famoso nei circoli della Belle époque parigina per commissionare opere a giovani, sconosciuti (e disperati) scrittori per poi pubblicarle a proprio nome. Il manoscritto venne inizialmente scartato, per poi essere recuperato con l’istruzione di rendere le storie di Claudine più “piccanti”; venne quindi dato alle stampe quattro anni dopo solo con il nome di Willy, generando un immenso successo di pubblico e la creazione di un vero e proprio marchio di prodotti “Claudine”. Successivamente al divorzio la serie venne ristampata con il nome di Colette, ma rimane tutt’oggi impossibile capire il vero apporto di Willy ai romanzi in mancanza delle correzioni originali.

Liberatasi del primo marito, Colette rivendica in piena autonomia il suo nome come artista sulla scena parigina dedicandosi a molteplici carriere, tra cui quella di critica, giornalista e teatrante, continuando a generare scandalo sia per le sue esibizioni senza veli che per le relazioni sessuali, intrecciate spesso contemporaneamente con uomini e donne di spicco della società dell’epoca.

Attraverso la collaborazione con diversi giornali pubblica romanzi a puntate che costituiscono un successo sia di pubblico che di critica, tra cui “La vagabonda” (“La Vagabonde”, 1910), “Chéri” (1920), e “La gatta” (“La Chatte“, 1933).

A settant’anni dalla sua scomparsa la casa editrice Adelphi ripropone al pubblico tra tutte le sue possibili opere proprio questo suo ultimo oscuro romanzo, dimostrando così come non sia solo il tema della sessualità a rendere popolare una scrittrice, ma soprattutto l’abilità della sua penna, che in questo caso con precisione quasi chirurgica disseziona un’unione tanto borghese quanto banale per esporne i segreti e le insicurezze al sole, senza finzione o pietà.

Perché il lettore non si senta ingannato, è necessario però ribadire come al centro di questo breve romanzo ci sia effettivamente un menage a trois, solo che non si tratta di un triangolo tra un uomo o una donna e due amanti, ma tra due novelli sposi dell’alta borghesia, Alain e Camille, e la gatta di Alain, una certosina dagli occhi dorati di nome Saha.

La prima scena in cui appare questa terza incomoda o vera protagonista (a seconda del punto di vista del personaggio che si adotta) è nella confortante tenebra di una notte che precede il matrimonio e la futura convivenza dei due giovani: Alain ricerca la gatta che si nasconde nel giardino della casa paterna, ne intuisce e segue i movimenti, così come gli umori, dai miagolii tanto gli è familiare l’animale, mentre a sua volta rifugge la voce della fidanzata Camille, elemento estraneo alla sua infanzia e vita da scapolo, che lo richiama alla luce del portico. Si potrebbe dire che questo è un romanzo di contrasti tra luci ed ombre, che ritornano segnalando la distanza incolmabile tra i due personaggi e rendono la narrazione quasi plastica, facendoci percepire al tatto la descrizione degli arredi degli interni quanto del pelo della gatta e il profumo delle piante e dei fiori, che Colette, fedele al suo stile, nomina uno ad uno.

La gatta è contemporaneamente un elemento di continuità e di divisione: non solo come terzo incomodo in un matrimonio mal assortito e riflesso dell’insofferenza del protagonista verso la novella sposa, ma anche incarnazione di un’infanzia a cui non si può più tornare e un’ossessione per qualcosa che non si può più soddisfare. Camille, infatti, non ha mai nascosto il disprezzo per la vita campagnola della tenuta familiare di Alain a Neuilly, e Alain non riesce a immaginarla in un paesaggio che è sempre rimasto immobile da quando era bambino; gli stessi servi che lavorano lì da una vita la considerano una parvenue e mal sopportano la nuova dirigenza.

Così i due nell’attesa della fine dei lavori si trasferiscono nello studio di un amico sotto i tetti di Parigi, ma qualcosa accade alla gatta, che smette di mangiare e sembra deperire, così come sempre più magro ed insofferente diventa Alain, terrorizzato da una possibile gravidanza di Camille che invece continua ad ingrassare. Per arginare il comune malessere il giovane porta con sé la gatta nella sua nuova vita in città, accelerando in realtà in questo modo lo scontro tra le due rivali in amore: Saha sarà sempre su un piedistallo per Alain, portando Camille a prendere una decisione drastica quanto inevitabile.

La gatta diventa così simbolo dell’inconciliabilità: tra l’ideale e il concreto, tra l’animale e l’umano, tra l’immagine di una donna che si ama e la donna con cui si convive, tra due novelli sposi troppo diversi per potersi veramente comprendere l’un l’altro, o tra un ragazzo alle soglie della vita adulta e la quotidianità e i doveri che questa gli prospetta davanti.

Foto da Unsplash di Bhupinder Singh

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