Dire “fare i raggi” o “una TAC” è un’espressione piuttosto comune, ma in pochi sanno che le frontiere della radiologica medica si sono spostate fino a comprendere la possibilità di operare con interventi mini invasivi.

Ce ne parla Maria Giovanna Riga in questo nuovo episodio di Ewa – Stem by me

Ascolta la puntata su Spotify!

Dottoressa Riga, ci racconti un po’ come si è avvicinata alla medicina e poi alla radiologia.

«Ammetto che la medicina è una passione di famiglia poichè papà, zii, nonni lavorano in questo ambito. E, proprio per questo, fino all’ultimo io ho cercato di starne lontana, forse per dimostrare che potevo prendere una strada diversa. Alla fine di questo periodo da free-rider, però, ho dovuto cedere al suo richiamo: era un mondo troppo familiare per non sentirlo mio.»

Si è sentita agevolata per via di questa vicinanza?

«Non direi tanto agevolata, ma supportata sì. Forse anche a prescindere dalla facoltà scelta. Ho avuto la fortuna di avere i miei genitori sempre dalla mia parte, anche quando la strada sembrava in salita o i sacrifici sono stati maggiori. Questo però a prescindere dal fatto che fossero medici anche loro.»

Maria Giovanna Riga, medica radiologa

E, invece, radiologia, quella è stata una scelta diretta?

«Anche qui no, a dire il vero. Ero già al secondo anno di specializzazione in anestesia e rianimazione, quando mi sono convinta che non avrei potuto continuare con quel percorso…»

Ci racconti, cos’è successo?

«Semplicemente, non riuscivo a sostenere emotivamente certe dinamiche e certi ritmi. Dobbiamo pensare che era l’inizio della pandemia e le sale d’urgenza erano davvero un inferno. Io tornavo a casa e sentivo di essere incapace a chiudere la porta e lasciare i casi del giorno alle mie spalle. Ricordo che in quei momenti ero stremata, a livello emotivo.»

Possiamo immaginare, dev’essere stata dura. E invece a radiologia ha trovato un ambiente più in linea con la sua personalità?

«Certamente, è una situazione più equilibrata. Sono molto soddisfatta della scelta e, soprattutto, di aver avuto il coraggio di cambiare… perché a volte è il “peso dell’errore” a bloccarci dal raggiungere condizioni più serene. Ora sento di riuscire a pieno nella mia missione.»

E quale sarebbe?

«Fare la differenza nella vita delle persone, attraverso le mie diagnosi e le previsioni. Sento di avere il potere di prevenire situazioni complicate e, grazie anche alle operazioni non invasive, a migliorare stadi altrimenti cronici o problematici.»

Credo che questa sensazione sia tra le più potenti ed entusiasmanti a livello personale e professionale. E quindi sbagliando si impara davvero?

«Esatto. Vorrei averlo accettato prima, abbracciando il cambiamento non come un fallimento, ma come un’opportunità di crescita e scelta di felicità. Anzi, vorrei proprio dirlo alla me di qualche anno fa: sbaglia e impara, metti insieme i pezzi dei diversi percorsi e sarai anche più brava dopo i cambi di rotta.»

E quali altri consigli darebbe, per fare al meglio il suo lavoro?

«Potrebbe sembrare ovvio, ma l’unico ingrediente fondamentale è la passione. Solo se si crede molto in ciò che si fa, la fatica non si sente e gli ostacoli diventano opportunità. E poi non è vero che per la carriera in medicina si deve essere geni o dei nerd – le differenze nel carattere e nell’approccio, l’empatia o le capacità analitiche sono importanti, e ciascun membro dell’équipe può portare il suo contributo. Poi fare scorte di pazienza… ma quella credo serva sempre!»

Ci lasci con un suo mantra…

«Più che un mantra, vorrei ci ricordassimo sempre di ascoltarci, di seguire le nostre personalità e di non aver paura di provare, di lanciarci. Che possiamo sempre meritarci di essere felici.»

© RIPRODUZIONE RISERVATA