«La donna è meno consona alla moralità dell’uomo.» Oppure, «la donna è un uomo mal riuscito e ha una natura difettosa e imperfetta.» O anche, «quello che non riesce a ottenere da sola cerca di raggiungerlo con gli inganni demoniaci.»

Queste e altre perle erano all’ordine del giorno in autori come Alberto Magno o altri padri della Chiesa. “Prima Adamo e poi Eva” nel Medioevo era il pensiero corrente. Quasi che la donna fosse una creatura di seconda mano e che tutto quanto c’è di divino a lei arrivasse per merito del maschio.

A destra i maschi, a sinistra le femmine: così Galeno giustificava la superiorità maschile a partire fin dall’embrione. Il maschio secondo lui nasceva dalla parte destra del corpo femminile. Pensiamo solo quanto la sinistra, nei secoli, abbia sentito il peso di mille pregiudizi, dalla mano mancina, propria del diavolo, fino ai sinistri per le assicurazioni.

La donna in quanto tale è, al tuo tempo, inferiore, in tutto e per tutto. Ma pure oggi c’è chi lo crede ancora, accade in diversi Paesi del mondo e persino nella tua Italia, in cui sono cambiati i toni ma il bisogno di sottometterla, di ridurne la libertà, non è affatto sopito.

Ma anche tu, Dante, la pensi così? Leggo i tuoi versi e vedo che hai stravolto questo luogo comune affidando alla grandezza di donne celesti, come la Vergine, Santa Lucia e Beatrice, la tua salvezza.

E su Beatrice hai avuto l’idea più audace ed estrema: non ne hai fatto una santa, bensì hai scelto una donna come tante. Noi oggi non siamo così sicuri che Beatrice sia una persona realmente esistita, quella Bice Portinari, figlia di Folco Portinari, sposa di Simone di Geri de’ Bardi, morta a Firenze l’otto giugno 1290, come ci racconta Boccaccio.

La tua Beatrice, che sia essa vissuta in carne e ossa o sia un’allegoria teologica, appare non come una delle tante donne da poema cortese, capace solo di parlare di cose private o d’amore, ma sfavilla a noi piena di autorità, in grado di incarnare sia la benevolenza materna sia la potenza dell’eros.

Ora virile come un “ammiraglio”, ora dotta ed eloquente come un padre della Chiesa. Pardon, madre della Chiesa.

«S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore

di là dal modo che ‘n terra si vede,

sì che del viso tuo vinco il valore,

non ti maravigliar; ché ciò procede

da perfetto veder, che, come apprende,

così nel bene appreso move il piede.»

Questo per dire è l’incipit del canto quinto del Paradiso. A parlare è lei, la Dea Beatrice, che con quel «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore» usa un’espressione bellissima, intensa, appassionata.

Lei che è specchio dell’infinito, dell’infinita sapienza, dell’infinito amore.

«O amanza del primo amante, o diva»

Beatrice è l’Amata divina, la dea, la fonte di sapienza che nutre e riscalda, la Sapienza dalla quale potersi abbeverare. Beatrice è l’enigma che sa essere al tempo stesso immagine di Cristo e amore passione, tutta sensi e carne. È la fiamma d’amore che trasfigura il poeta da peccatore a Dio. È la donna, che nel Medioevo, osa dire con fierezza: «secondo il mio infallibile avviso».

Il suo segreto sfugge, non cerca di compiacerci, non si lascia domare: Beatrice è la donna-dea che eleva, salva, riscatta, come grazia illuminante, come enigma. Beatrice è meta e mezzo, e nella tua unione con lei vive il mistero più bello di una metamorfosi.